FLAVIA PERINA
Giovedì la copertina di Sette, il magazine del Corriere della Sera, con il titolo “L'Onda Nera” e la foto di due matti col braccio teso nel saluto romano. Poi Il Venerdì di Repubblica, con una cupa prima pagina dedicata a piazza Fontana. In mezzo, un libro sui rapporti tra Gianni Alemanno e l'estremismo di destra e un'inchiesta del Fatto sull'aggressione a un ragazzo nel 2006, da parte di un gruppo di “fascistelli” (una volta si chiamavano “fasciobar”) vicini al figlio di Alemanno, in una villa sulla Camilluccia a Roma. La cupa evocazione della notte della Repubblica e il rilancio della dinamica antifascista è servita. Presto si avvarrà anche delle suggestioni poliziottesche di Acab, il film sui “celerini figli di puttana” con la foto di Mishima attaccata sul letto. È una deriva sgradevole, pericolosa, stupida. Come affrontarla? Pietro Zamparelli, un ragazzo romano di Generazione Italia ci ha scritto chiedendoci parole chiare sui fatti della Camilluccia: fatti che «suscitano sdegno e riprovazione in chi rifiuta la violenza e la prepotenza come strumenti di lotta politica». Non si può negare che esista un fenomeno di bullismo adolescenziale che scimmiotta ritualità fascistoidi (ma per lo più neofasciste o skinheads). Pietro ci ricorda che «la cronaca, recente e non, ne testimonia la diffusione e la pericolosità» e parla della sua esperienza diretta in una scuola (il Convitto) «in cui il fenomeno era chiaramente presente» e negli ambienti di Roma Nord «nei quali esso si manifesta palesemente». «Parliamo – scrive ancora Pietro – di una forma di fanatismo che scimmiotta le ideologie e la simbologia dell'estrema destra, che mette in atto una caricatura del fascismo ma che tuttavia influenza la politica giovanile». Nessun disaccordo è possibile su queste parole. Tranne, forse, uno solo: non credo che questa roba influenzi la politica giovanile, che non esiste più oppure è altrove, nelle associazioni e nel volontariato, nei ragazzi che si impegnano per migliorare i partiti o per cambiare le città. Diverso è il discorso per quel che riguarda la politica tout court. Qui l'estremismo ha un costo, eccome. E va riconosciuto a Futuro e Libertà il merito di aver fatto scelte chiare in proposito, senza le ambiguità che hanno caratterizzato troppo spesso la storia della destra politica italiana e di cui adesso viene presentato il conto a tanti esponenti del Pdl, a cominciare da Gianni Alemanno, al di là delle loro specifiche responsabilità.
L'estremismo populista esiste in tutte le società occidentali, anche le più democratiche, e ovunque rappresenta un problema marginale perché la politica “vera” se ne tiene lontano e ha il coraggio di affrontarlo quando esce dal seminato del folklore per entrare in quello della violenza. In Italia non è così. Quando il membro di un partito di governo come Mario Borghezio trova espressioni giustificazioniste verso Anders Breivik, lo stragista di Oslo; quando un sottosegretario come Daniela Santanchè usa antiche espressioni retoriche – «se lei mi chiama fascista allora siamo tutti fascisti. Mi troverei in buona compagnia, assieme a tutti quelli che hanno contestato il pensiero unico e l’egemonia culturale della sinistra» – per ammiccare all'estremismo, c'è un problema serio. La destra (e penso a Francesco Storace, Gianni Alemanno, Ignazio La Russa e tutti coloro che sono affezionati ai cosiddetti temi “identitari”) si è trovata ricorrentemente al bivio, fin dagli anni '70. Rompere o tollerare, tagliare i fili o conservarne di occulti, magari allo scopo di non perdere bacini di consenso elettorale. È lo stesso tema che si pone nel rapporto tra il centrodestra e la Lega, che negli ultimi anni si è sempre più configurata come un movimento xenofobo. E chi ha sperato di poter fare le cose a metà senza pagare pegno dovrà presto disilludersi: il rilancio dell'antifascismo fuori tempo massimo è il prezzo altissimo dell'ambiguità. Il problema è che lo pagherà tutta la società italiana, con una regressione del dibattito politico che nel contesto della crisi risulta addirittura grottesca.