ANNALISA TERRANOVA
Mi addentro in un territorio scivoloso, per parlare del 7 gennaio. Argomento che sarebbe saggio evitare (le polemiche sono sempre in agguato su certi argomenti) ma sul quale vanno pur dette alcune cose, con pacatezza ma anche con fermezza. È curioso, ma anche sintomatico, il gran lavorìo che si va facendo da un po’ di tempo dalle parti di Acca Larenzia, come se la destra radicale volesse, in tempi di destra “liquida” e vicina alla dissoluzione, tenersi in piedi tra le rovine di una memoria malandata e a fasi alterne strumentalizzata. Così, mentre Giorgia Meloni pensa ai morti delle foibe, altri pensano al presente per i camerati uccisi il 7 gennaio del 1978, cambiano le targhe, convocano presidi unitari che poi unitari non saranno. In pratica serrano i ranghi per guerre immaginarie e si prendono i morti dove le tombe sono sguarnite o perché la storia è andata troppo avanti o perché la famiglia politica che avrebbe dovuto curarle, quelle tombe, è caduta sotto i colpi scientificamente inferti da Berlusconi e dalla Lega, che hanno trattato la destra come riserva elettorale contribuendo all’implosione finale.
Il fatto è che però i morti servono quando un’identità si va costruendo, o quando c’è da tutelarla, ma quando l’identità è ormai liquefatta è in agguato il rischio di una narrazione distorta. Il fatto è, anche, che il 7 gennaio è una data ambigua e scomoda, perché oltre al lutto parla di fallimenti. Il fallimento di tutta la destra perché dopo quei morti quel mondo si è diviso e lacerato. Il fallimento del Msi che rispetto a quei morti non ha saputo dare le giuste risposte, realizzando una campagna per la pena di morte dopo che Recchioni e (un anno dopo) Giaquinto erano stati uccisi da uomini in divisa. Il fallimento di coloro che imboccarono, dopo la strage, la strada dello spontaneismo armato. Il fallimento delle organizzazioni giovanili che non hanno mai saputo fare di quella data un evento di riflessioni unitaria, sottraendola allo stanco rito del “presente” per inserirla nel quadro di un’eredità dinamica e utile alla contemporaneità. Il fallimento infine di una sinistra che non si è mai assunta fino in fondo le sue responsabilità su una predicazione di odio che ha fornito più di una giustificazione alla carneficina contro i ragazzi missini (perché tali erano, la destra radicale nulla c’entrava allora e nell’ansia del ricordo ciò si dovrebbe tenere a mente). Il Fronte della Gioventù degli anni Ottanta, per fortuna, aveva superato certe pratiche da “ultimo soldato di Pompei” ponendo le premesse per un dialogo generazionale a tutto campo. Chi oggi incoraggia questo uso della memoria dovrebbe riflettere su ciò che sta seminando dopo che l’era dei recinti irriducibili era stata superata tra mille difficoltà. Per questo il mio 7 gennaio sarà un giorno normale, magari con uno sguardo ai più giovani, sperando che non vengano su come dei disadattati, o prigionieri di un anacronistico antifascismo militante, o attratti dal fascino macabro dei labari. Invece di fare cortei, potremmo usare quella data per sorridere dei nostri (inestirpabili?) limiti.