Il documento della segreteria

Futuro e libertà: un partito di idee e contenuti

… una nuova passione per la res publica

Futuro e Libertà nasce da un atto di discontinuità, per differenza e per generosità, rispetto al panorama dei vecchi partiti asfittici, che vivono di tatticismi elettorali, rendite di posizione e rancori del passato, in odio al tempo presente, incapaci di prospettare e progettare il futuro.
Futuro e Libertà incarna la politica in presa diretta, quella che si forma qui e ora nella preziosa e precaria contingenza di desideri, istanze e necessità. Incrocio e incontro di diversi patrimoni ideologici, nuove contaminazioni, sintesi inedite per esprimere i caratteri della nostra contemporaneità. Se è vero infatti che i residui spettrali dei partiti, con il loro linguaggio fatto di organigrammi, mozioni degli affetti e slogan identitari, non riescono più a trasformare il presente, l’alternativa non può essere il ritorno al passato con i suoi notabilati e le sue logiche privatistiche ma la messa in forma di nuove modalità di intervento e di organizzazione capaci di mettere in connessione veloce e fluida la viva e fresca volontà di partecipazione che innerva la società attuale mentre ancora la crosta di vecchie istituzioni politiche la ignora e ne inibisce l’espressione. Quindi non un ‘meno’, ma un ‘più’ di intensità politica, coniugando immaginazione e organizzazione.
Per Futuro e libertà la dimensione politica è costituita dall’intervento attivo dei cittadini. Attivista è chi non si limita a rispondere con un consenso passivo a opinioni già formate, a rispondere a sondaggi, plebisciti e richieste di adesione provenienti da potentati esistenti, ma esige invece la formazione continua di una cittadinanza in possesso della conoscenza e della capacità corale di deliberazioni innovative. Un corpo cittadino in grado di controllare i governanti, di allenarsi continuamente all’esercizio di un potere politico diffuso e praticato dal massimo numero possibile di individui: questa è l’invenzione politica dell’Occidente, dalla democrazia greca all’esperienza della rinascita della res publica nei Comuni italiani. Oggi, di fronte al rischio di uno svuotamento di sostanza politica nell’evanescenza mediatica e nella deriva oligarchica, si avverte l'esigenza di restituire linfa e smalto di senso agli istituti di partecipazione e di rappresentanza: si tratta, insomma, di democratizzare la democrazia.
Nella società dello spettacolo si sollecita continuamente l’adesione umorale della gente, degli elettori-consumatori, rispetto a un prodotto politico già compattamente definito, calato dall’alto e insuscettibile di sostanziali modificazioni. Il risultato è una società politica impermeabile a modificazioni strutturali, sia sul piano materiale che dell’immaginario collettivo, bloccata nelle forme fossilizzate tanto grigie quanto inefficaci in cui si avviluppano le formazioni conservatrici di sinistra, di centro e destra. Una società antipolitica, cronicamente divisa tra favorevoli e contrari al proprietario del partito personale; antipolitica proprio perché esclude, programmaticamente, i processi di partecipazione allargata al momento decisionale: perché esclude l’agire di ogni cittadino e preclude l’orizzonte di progetto per il futuro. Ma il cambiamento è già in atto e tanti cittadini, già in movimento verso sintesi nuove, stanno negoziando gli uni con gli altri punti di vista comuni, distanti dalle posizioni iniziali di ciascuno: quel ‘persuadersi vicendevolmente’ che è il carattere esistenziale di ogni costituzione politica. La partecipazione non è una formula retorica, ma esiste soltanto se viene istituzionalizzata in norme di diritto pubblico e sperimentata nella vita associata di un movimento che anticipa nelle proprie fibre la trasformazione di tutta la polis. Serve oggi una narrazione collettiva dell’identità italiana e al contempo il racconto del protagonismo di ogni singolo cittadino.
Futuro e libertà intende dimostrare, nei propri statuti e nelle proprie pratiche organizzative, che l’esercizio attivo e consapevole della cittadinanza non solo è un intenso desiderio dell’immaginazione pubblica ma è anche un’alternativa già operante.
Futuro e libertà è il soggetto politico che consapevolmente si ispira ai principi e alla prassi del patriottismo repubblicano: dare forma e sostanza nella contemporaneità alle idee che hanno costruito nei secoli l’unicità del modello italiano. Per patriottismo repubblicano si intende:
- richiamarsi a una grande tradizione di pensiero politico e di cultura civile che affonda le sue radici nella storia italiana;
- affermare e sostanziare una più grande idea di libertà. Libertà è certamente difendere la vita privata degli individui dalle indebite interferenze di uno stato o tirannico o burocratico, e comunque sempre percepito come ostile. Ma libertà politica è anche una concezione espansiva del diritto di partecipazione di ogni cittadino alla vita pubblica; è il pensiero, l’emozione e la passione che la res publica mi riguarda e mi appartiene. Che cioè appartiene a tutti e che ciascun cittadino rivendica con orgoglio.
- esprimere un’idea di cittadinanza come fedeltà a una comunità politica dinamica e reale, dunque a un’idea di patria aperta e inclusiva, non fondata sul vincolo etnico, culturale o religioso;
- accompagnare un’etica dei doveri alla ribadita centralità dei diritti, a partire dal dovere politico di prendere sul serio, e non di eludere, le istanze dei propri concittadini riguardo alle grandi decisioni collettive;
- promuovere, contro la ricorrente deriva consociativa, una dialettica della competizione e dell’antagonismo tra i diversi schieramenti politici come presidio della libertà, secondo la lezione che Machiavelli, fondando la politica moderna, desume dall’esperienza della Repubblica Romana: piegare il conflitto tra le parti a strumento del bene comune.
- rilanciare un’idea di futuro come promessa e come risorsa, non come una minaccia, da cui proteggersi con meccanismi di tutela securitaria, ma come speranza.
- riattivare l’orgoglio italiano (la consapevolezza dell’energia del modello italiano) e insieme anche l’esercizio della passione per la res publica: cosa di tutti, non volto feroce e punitivo di uno Stato invadente e nemico dei suoi cittadini, ma dimensione politica come ‘realtà aumentata’ del vivere umano, di supporto e di stimolo all’azione dei cittadini, come medium necessario delle loro istanze di ‘felicità pubblica’ e di vita activa, un campo attivo di energie dove ciascuno individualmente può trovare lo spazio e il profilo giusto della propria azione per il bene comune.


Futuro e libertà: un partito di idee e contenuti

Per far ripartire l’Italia, per riavviare e rivitalizzare le sue risorse e le sue energie, l’immagine che futuro e libertà propone è quella di un nuovo patto di rifondazione dell’unità nazionale, nel segno di un intenso patriottismo repubblicano e nello stile di una rinnovata etica pubblica: un patto generazionale, un patto per la crescita, un patto civile, un patto culturale.

il patto generazionale
PER I GIOVANI E PER LA FAMIGLIA (nuovi vincoli di coesione sociale)
PER IL WELFARE

il patto per la crescita
PER LE LIBERALIZZAZIONI
PER L’EQUITA’ FISCALE

il patto per l’unità
PER L’EUROPA
PER IL MEZZOGIORNO

il patto civile
PER LA LEGALITA’, LA GIUSTIZIA
PER UNA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE E PER LA NUOVA CITTADINANZA
PER LA QUALIFICAZIONE DEI DIRITTI CIVILI
PER LE PARI OPPORTUNITA’

il patto culturale
PER LA SCUOLA, L’UNIVERSITA’, LA RICERCA
PER L’INNOVAZIONE: LE RETI
PER LA VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE E PAESAGGISTICO ITALIANO


Il patto generazionale

PER I GIOVANI, PER LA FAMIGLIA


La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
Costituzione Italiana, art. 31

Da alcuni anni l’Italia si è fermata e nel Paese si è diffusa una sensazione di immobilismo economico e sociale. Una sensazione che accomuna soprattutto i più giovani e che trova conferma in dati allarmanti: il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è salito al 29,6%, mentre sono oltre due milioni i cosiddetti Neet, giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. Si tratta di una conclamata crisi di speranza e di futuro dalla quale è sempre più urgente prendere il largo. L’intervento in favore delle nuove generazioni non deve essere più considerato un aspetto secondario e residuale della politica, e neppure soltanto il contenuto di specifiche politiche pubbliche come ricerca, innovazione e formazione. Per un Paese bloccato come il nostro, il patto generazionale deve diventare il fulcro di ogni decisione politica, una priorità strategica anche nel campo del welfare, del sistema previdenziale, della politica economica, della finanza pubblica. Mettiamo fine a questa intollerabile sperequazione generazionale.

La politica per i giovani deve associarsi a una lungimirante politica per la famiglia, che va sostenuta concretamente come struttura portante della nostra società e primario fattore di sviluppo e di coesione sociale. La famiglia, in tutte le società umane, ha la finalità di andare oltre il presente. È un ponte tra passato e futuro, è il luogo principe del patto tra generazioni. Eppure, al di là della retorica dei riconoscimenti formali, alla famiglia il nostro Paese non ha mai dedicato una strategia mirata e definitiva. Quello che si è fatto, semmai, è promuovere una politica sociale, di solidarietà momentanea e puntuale, e non una politica familiare. Ma la famiglia non è un soggetto debole, casomai è un soggetto indebolito da un sistema che non la agevola e che la penalizza, soprattutto sul piano fiscale.

L’ordinamento italiano ha preferito un sistema di tassazione riferito ai singoli individui, mentre tra le formazioni sociali cui è riconosciuta un’autonoma soggettività tributaria, non rientra la famiglia, la formazione sociale per eccellenza. La famiglia, come le imprese, produce ricchezza e, nel caso della famiglia, la ricchezza non è solo materiale ma anche sociale. Perseguendo le sue finalità sociali tipiche, la famiglia, come le imprese (sociali), eroga servizi alla persona in settori di pubblico interesse come l’educazione, l’istruzione, l’assistenza; per questa ragione, la famiglia si sostituisce allo Stato partecipando così direttamente alle spese pubbliche, tanto che sarebbe un atto conseguente e corrisponderebbe a un criterio di giustizia ed equità tributaria, escludere da tassazione le somme che la famiglia destina alle sue finalità tipiche, analogamente a quanto succede per i beni acquistati per l’esercizio di un’impresa.
La carenza di una politica per la famiglia è tra le cause principali del declino demografico. Infatti, se è vero che la decisione di avere dei figli rientra nella sfera più intima di una coppia, lo stesso non si può dire della natalità. Questo ‘baby crash’ non dipende esclusivamente da scelte individuali o di coppia. I dati ci dicono che le famiglie attualmente fanno un figlio in meno di quello che desidererebbero. La dilazione temporale della scelta di fecondità dipende molto anche da una società che produce e trasmette incertezza e non aiuta lo sviluppo di una progettualità. Tra i vari fattori di instabilità basti citare quella lavorativa, tipica soprattutto delle giovani coppie, e le difficoltà di un sistema che promuove la flessibilità sul mercato del lavoro, ma non offre garanzie compensative di nessun genere, presentando anzi una scarsa accessibilità del mercato degli alloggi e un sistema di incentivi e di accesso al credito aperto solo a portatori di garanzie reali.
Un altro aspetto problematico è la carenza di servizi alla famiglia. Anche qui l’intento dovrebbe essere quello di consentire alla famiglia di essere veramente un soggetto forte e di rappresentare una risorsa per la società, perseguendo più agevolmente i suoi obiettivi senza snaturarsi. Tra i nuovi servizi, è da incentivare un sistema di prestiti alle famiglie da intendersi non come prestiti al consumo, ma come programmi di microcredito finalizzati ad aumentare la capacità di spesa per investimenti delle famiglie e basati sul livello di fiducia che una determinata “comunità” ripone nei confronti del soggetto finanziato.

Altra grande questione che andrebbe seriamente considerata riguarda le misure di conciliazione lavoro-famiglia. Tutti gli studi internazionali confermano che, negli ultimi decenni, laddove le donne lavorano e guadagnano, si fanno più figli. Il dato veramente preoccupante è il livello di inattività delle donne (che include anche quelle che hanno rinunciato a cercare lavoro), che è del 63,7%. Alla progressiva e oramai inevitabile equiparazione dell’età pensionabile di uomini e donne deve dunque corrispondere una nuova politica degli strumenti di conciliazione della vita privata e professionale che faccia un uso coordinato: a) della regolamentazione del rapporto di lavoro; b) della implementazione dei servizi pubblici e privati a sostegno della famiglia, secondo soluzioni e modelli organizzativi molteplici; c) della leva fiscale; d) della leva del ricorso ai fondi strutturali (FESR, FSE), dove i regolamenti comunitari prevedono specifiche forme di investimento proprio sulle misure di conciliazione di vita privata e professionale.


Il patto generazionale

PER IL WELFARE


È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Costituzione Italiana, art. 3

La riforma del welfare è una priorità di Futuro e Libertà per costruire una società più equa, per vincere la sfida demografica, per dare nuove speranze ai più giovani tra i cittadini e per costruire sulle loro passioni, energie e competenze un sistema economico finalmente competitivo.
Per superare le attuali disuguaglianze è anzitutto necessaria una profonda innovazione dei criteri di distribuzione della spesa pubblica. La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni (art. 35 Costituzione) ed il welfare della società post industriale deve sostenere dal bisogno tutti coloro che non dispongono di capitali e che possono produrre un reddito solo con le loro energie psicofisiche: lavoratori subordinati, parasubordinati ed autonomi.
Ciò comporta non solo un riequilibrio della spesa pensionistica ma anche il definitivo superamento del sistema corporativo di ammortizzatori sociali attraverso: a) l’attivazione di un sostegno pubblico del reddito di tipo assicurativo, modulato per età, per anzianità di servizio, per condizioni reddituali e patrimoniali familiari, ma rivolto a tutti i lavoratori; b) l’incentivazione della microimprenditorialità; c) l’introduzione di strumenti di assistenza bilaterali privati, incentivati fiscalmente, di livello settoriale; d) l’introduzione di più efficaci “meccanismi tagliola” collegati al rifiuto di occasioni di lavoro in linea con l’ultima occupazione o di programmi finalizzati ad incrementare la loro occupabilità (per non provocare nei beneficiare la “dipendenza da welfare”); f) la riforma delle procedure di attivazione degli ammortizzatori che garantisca, a parità di tutele sostanziali per i lavoratori, rapidità ed efficacia dei processi di adeguamento del sistema produttivo ai cicli del mercato; g) la creazione di un mercato trasparente dei servizi assistenziali aperto al terzo settore ed al capitale privato.

Allo stesso tempo il nuovo welfare deve perseguire il principio di legalità impedendo ogni forma di lavoro irregolare tramite la semplificazione dell’assetto di regole oggi vigente, frutto di una stratificazione ultra quarantennale di interventi legislativi che necessita di un meticoloso e profondo intervento di razionalizzazione finalizzato a garantire la certezza della regola, la certezza del suo rispetto e la certezza della applicazione della sanzione prevista per la sua inosservanza.
Per ridurre i tempi di ingresso nel mercato del lavoro il nuovo welfare deve agevolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro anche illustrando costantemente ai cittadini, a partire dagli studenti della scuola dell’obbligo, quali siano le professionalità più richieste dal mercato ed i percorsi formativi più adeguati alla loro acquisizione. Per sostenere efficacemente i giovani e le famiglie nella scelta dei percorsi formativi e nell’ingresso nel mercato del lavoro occorre dunque rafforzare la funzione dei servizi pubblici e privati di incontro tra domanda e offerta di lavoro ed incentivare la collaborazione degli enti locali, delle parti sociali, della scuola e dell’università nell’attività di rilevazione dettagliata del fabbisogno di manodopera del territorio.
Per superare la logica del precariato il nuovo welfare deve impedire che il massimo grado di flessibilità del lavoro si concentri sui soggetti più deboli che non sono in grado di sostenerla, dando così vita a larghe sacche di precariato nelle quali risultano frustrate le più elementari ed essenziali aspirazioni personali a partire da quella della procreazione. Ciò è possibile semplificando l’offerta dei contratti di lavoro (contratto unico) e rendendo il livello di flessibilità del lavoro direttamente proporzionale all’entità del compenso (welfare progressivo). Maggiore è il compenso, maggiore può essere la flessibilità. Per coloro che hanno i compensi più bassi continua ad operare il tradizionale statuto protettivo del lavoro. Al crescere dell’entità del compenso corrisponde invece una maggiore flessibilità sia per quanto riguarda la scelta tra le diverse tipologie contrattuali che la possibilità di personalizzare le tutele del lavoratore. Il tradizionale statuto protettivo del lavoro nato negli anni settanta per dare una risposta ai bisogni della classe operaia potrebbe così essere aggiornato alla realtà della società post industriale offrendo un nuovo mercato alle tante professionalità intellettuali di cui il nostro sistema ha bisogno per innovarsi in profondità e che, sempre più spesso, cercano affermazione all’estero.

Infine il nuovo welfare deve saper valorizzare in chiave solidaristica le differenze esistenti tra le tre diverse fasi del ciclo della vita professionale del lavoratore (l’apprendimento, la massima capacità produttiva, l’accompagnamento alla pensione). Nel momento della sua massima capacità produttiva il lavoratore deve essere proporzionalmente retributivo. Attuando percorsi di solidarietà intergenerazionale deve essere possibile accompagnare la riduzione assistita dell’orario di lavoro di coloro che sono più vicini alla pensione con l’ingresso agevolato dei giovani nel mondo del lavoro.


Il patto per la crescita

PER LE LIBERALIZZAZIONI


L'iniziativa economica privata è libera.[…] La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Costituzione Italiana, art. 41

Impostare una politica di liberalizzazione dell’economia italiana vuol dire anzitutto ripensare e valorizzare il ruolo della legge e dello Stato nella regolazione dei mercati.
Gli eccessi burocratici, la protezione assicurata ai membri di una ‘corporazione’ per escludere nuovi soggetti, la presenza di imprese pubbliche influenzate da politiche clientelari, l’utilizzo delle risorse dei contribuenti per salvare dal fallimento aziende irresponsabili. Liberalizzare non significa esprimere una preferenza a priori per il ‘privato’ rispetto al ‘pubblico’, quanto piuttosto ritenere che un sistema stabile di regole certe, semplici e uguali per tutti, rappresenti la precondizione per un’economia sana e dinamica, aperta e competitiva.
Non siamo all’anno zero, eppure l’Italia ha ancora molta strada da fare per adeguarsi agli standard più avanzati e per ritrovare la via della competitività, dell’innovazione e di una maggiore produttività: per proporsi insomma come modello da imitare nell’età della globalizzazione. Occorre, intanto, valorizzare gli strumenti già esistenti: rafforzare i poteri delle autorità indipendenti; adempiere all’obbligo di legge che chiede al Governo di presentare annualmente al Parlamento un disegno di legge sulla concorrenza che recepisca le segnalazioni dell’Antitrust; modernizzare ed europeizzare le norme in materia di libere professioni; far sì che gli enti locali siano controllori e non necessariamente azionisti ed erogatori diretti dei servizi pubblici locali; sostituire i regimi autorizzatori e la logica delle licenze con il modello dei controlli ex post.
Secondo una stima recente dell’Antitrust, una terapia graduale ma costante di liberalizzazione dei servizi e delle attività produttive consentirebbe un incremento annuo del Pil di almeno l’1,4-1,5 per cento, mentre l’Ocse stima che dall’abbattimento delle persistenti barriere all’entrata nei servizi professionali potrebbe derivare un guadagno del 7,4 per cento di produttività. Secondo un’analisi Cermes Bocconi e Federdistribuzione, una politica di semplificazione nella distribuzione di farmaci, di carburanti e di beni alimentari e nel settore assicurativo e bancario consentirebbe un aumento dei consumi del 2,5 per cento all’anno. In termini di minori costi per le aziende, Confartigianato ha calcolato che il beneficio per gli imprenditori di un piano di liberalizzazione dell’economia è nell’ordine degli 8 miliardi all’anno. Sono riforme a costo zero per le finanze pubbliche, ma a costo politico rilevante: per essere realizzate, chiedono alla politica responsabilità e terzietà, di saper preservare l’interesse pubblico per un mercato aperto e competitivo – a tutela dei consumatori, dei lavoratori e degli outsider – anche a costo di imporre sacrifici a chi oggi gode di ingiustificati vantaggi normativi, frutto di privilegi accordati nei decenni passati o di un assetto regolatorio non più adeguato all’epoca che viviamo.
Di fronte al rischio di un drammatico declino economico e sociale, la politica ha il dovere di offrire al paese una visione possibile di futuro, una cassetta degli attrezzi per invertire la rotta e ritrovare il sentiero della crescita e della prosperità: liberalizzare l’economia, in questo senso, significa investire sulla capacità di ogni singolo italiano di creare valore, puntando a fare dell’Italia una meta per gli investimenti esteri e i talenti del mondo, una fucina per nuove idee di impresa e di lavoro.


il patto per la crescita

PER L’EQUITA’ FISCALE


Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Costituzione Italiana, art. 53

La questione fiscale è una questione civile. Un rapporto equilibrato tra Stato e contribuenti è un fondamento di una democrazia liberale: le tasse sono il corrispettivo dei servizi pubblici erogati, servono per finanziare le infrastrutture pubbliche e per attuare politiche di redistribuzione della ricchezza grazie alle quali le società contemporanee provano ad arginare la piaga della miseria, dell’emarginazione, dei grandi rischi individuali e collettivi.
Quando però la richiesta fiscale dello Stato diventa eccessiva, tramutandosi nei fatti nella pretesa di alimentare un apparato politico-burocratico sovradimensionato e inefficiente, è violata la promessa di un fisco al servizio del paese. È quanto accade in Italia, con una pressione fiscale oltre il 43 per cento del Pil, regole di adempimento degli obblighi fiscali complicate e vessatorie e una qualità dei servizi pubblici non adeguata alle esigenze di un’economia avanzata.
Giustificare l’evasione fiscale (magari evidenziando come questa diventi addirittura una strategia di sopravvivenza di alcune imprese) non è una risposta possibile, come non lo è l’evocazione periodica di rivoluzioni fiscali sempre in cantiere e mai realizzate. La retorica ‘anti-tasse’ degli ultimi anni ha tristemente lasciato il passo a una politica economica miope e codarda, che ha pensato di ristabilire l’equilibrio dei conti pubblici chiedendo agli italiani maggiori sacrifici fiscali e non – come avrebbe dovuto fare un governo riformatore e moderato – una riduzione del costo e del peso della macchina pubblica, a partire da un piano di privatizzazioni. Al contrario, la spesa pubblica ha sperimentato nell’ultimo decennio una crescita insostenibile e ingovernata: il dividendo dell’adesione all’euro – il risparmio nella spesa per il servizio del debito pubblico favorito dalla convergenza dei tassi d’interesse sui titoli di stato italiani con quelli dei paesi europei più virtuosi – è stato completamente assorbito dall’aumento dei consumi intermedi della pubblica amministrazione.
C’è bisogno di un nuovo patto fiscale tra Stato, famiglie e imprese, per la crescita dell’economia italiana e per restituire credibilità alla politica e al settore pubblico. Il promo passo è attuare una semplificazione delle regole e delle modalità di pagamento, un approccio più garantista dell’erario, un sistema fiscale semplice ed equo. Da anni si attende ormai un intervento sulla tassazione delle imprese, per superare anzitutto quell’unicum che è l’Irap e per rendere l’Italia più attraente per gli investimenti diretti esteri: e quindi ridurre l’entità dei sussidi pubblici alle imprese (un mare magnum di clientelismo, spesso a vantaggio di settori decotti). Si rende sempre più necessaria una revisione dell’Irpef, attraverso l’introduzione di agevolazioni per le famiglie – comunque esse intese – in favore dei figli, degli anziani o dei disabili a carico. La riduzione del numero degli adempimenti formali e del livello delle aliquote resta un obiettivo fondamentale in un programma politico riformatore e liberale.
La politica può e deve chiedere maggiore fedeltà ai contribuenti, ma offrendo in cambio credibilità nelle sue pretese e un piano robusto di riduzione della spesa, oltre a maggiore sobrietà nei comportamenti personali dei suoi rappresentanti e negli strumenti di finanziamento pubblico della politica. Ma non è solo una questione etica: spetta alla legislazione trovare la giusta misura per rendere non solo più ‘onesto’, ma più razionale, più conveniente e alfine più vantaggioso l’adempimento degli oneri fiscali rispetto all’evasione.


il patto per l’unità

PER L’EUROPA


Il progetto di un’Europa unita sta attraversando la più grave crisi della sua storia, iniziata con la visione dei padri nobili, De Gasperi, Adenauer, Schumann, sulle macerie della seconda guerra mondiale. E’ una crisi economica, esplosa nel 2008, che sta mettendo a rischio l’eurozona, ma è più radicalmente una crisi politica, che minaccia di rendere sempre più marginale il Vecchio Continente negli equilibri geopolitici del XXI secolo. La sfiducia e il pessimismo si diffondono tra i cittadini europei, alimentando una pericolosa ondata euro-scettica, già chiaramente affiorata con l’affossamento del Trattato Costituzionale nel 2005.
L’Italia, protagonista sin dalla nascita del progetto europeo, è oggi uno degli epicentri della crisi, a causa della sua debolezza politica e della lunga stagnazione economica. Anziché protagonista, come dovrebbe essere, della reazione dell’Europa nel suo momento più difficile, l’Italia è vista come responsabile della possibile implosione dell’euro, a causa del suo peso (diverso dalla Grecia), ed è guardata con diffidenza e stupore crescenti dalle cancellerie europee.
Dello slancio che consentì al nostro paese, negli anni Novanta, con uno sforzo straordinario, di entrare nell’Unione Europea, pare persa ogni traccia. In tal senso, l’agonia della cosiddetta Seconda Repubblica pare aver sfibrato l’Italia più di quanto avesse fatto la vituperata Prima Repubblica. Certo il grado di fiducia di cui oggi gode il nostro paese in Europa pare di gran lunga inferiore a quanto fosse allora. Nell’anniversario dei 150 anni della storia unitaria, quella volontà di appartenenza all’Europa, che formò la base morale del Risorgimento, pare perduta. Eppure, la Repubblica iscrisse quella volontà tra i suoi principi fondanti, reclamando un ruolo da protagonista nella costruzione della nuova Europa, ed è chiaro che un malaugurato fallimento del progetto europeo avrebbe per l’Italia conseguenze di drammatica gravità. Futuro e libertà è un partito europeista, che mira a raccogliere e rilanciare la visione europea dei padri della Repubblica, tornando ad assegnare all’Italia il ruolo che le spetta nella costruzione della casa comune dei popoli europei.
E’ certo vero che la crisi dell’Europa è strutturale, riflesso di una crisi economica e politica che sta investendo tutto l’Occidente. In pochi anni, sembra rovesciato quel clima di ottimismo che portava a pensare l’Europa come la ‘prossima superpotenza’, o a profetare che essa avrebbe ‘guidato il XXI secolo’, secondo il titolo di libri di successo di meno di un decennio fa. Dopo l’approvazione del Trattato di Lisbona (2009), l’idea di un nuovo inizio della costruzione europea è stata scossa in profondità dalla crisi mondiale, fino a configurare il possibile fallimento della moneta unica: sarebbe con ogni probabilità il prologo del collasso dell’Unione. Indubbiamente, l’Europa sconta una marginalizzazione crescente negli equilibri politici ed economici mondiali, la quale costituisce il punto di partenza obbligato di ogni analisi. Uno sguardo ai principali indicatori lo rivela subito in modo impietoso.
Dati economici: l’Europa produceva circa un quarto del prodotto lordo mondiale negli anni Novanta; nel 2030 si calcola sarà circa il 10%. L’economia cinese potrebbe superare quella dell’intera Europa; entro il 2050, nessuna economia europea potrebbe essere tra le prime dieci del mondo. Per l’Europa, ciò configura la prospettiva di tornare ad essere un’appendice dell’Asia.
Declino demografico: nel 2050, gli europei saranno meno del 5% della popolazione mondiale (dal 12% del 1950).
Significativa è anche la diminuzione della spesa militare nei paesi europei della Nato: dalla fine della guerra fredda, le spese sono diminuite del 20%, a fronte di un aumento del GDP di circa il 55%. Mentre – per fare qualche esempio - le spese dell’India aumentavano del 59% e quelle della Cina triplicavano. All’interno della Nato, il carico pende sempre più sugli Stati Uniti: la percentuale europea è scesa dal 34 al 21%, dalla fine della guerra fredda. Il Segretario Generale della Nato, Rasmussen, aveva posto già prima dell’estate 2011 la questione dell’equa ripartizione del carico, chiedendosi se, come conseguenza della crisi economica e dei tagli alle spese per la difesa in Europa, la crisi dell’economia non potesse produrre una crisi della sicurezza.
Sul piano della politica estera, mentre l’allargamento prosegue, nell’area sud-orientale, non senza difficoltà, come nel caso della Serbia, la cruciale questione dell’adesione della Turchia segna il passo. Qui occorre dar atto ai governi italiani, senza distinzione di colore politico, di aver sempre sostenuto la candidatura della Turchia, la cui importanza strategica cresce di anno in anno in tutta l’area del Mediterraneo, a dispetto delle tendenze islamofobiche affiorate nel centro-destra berlusconiano. Il Presidente Fini è sempre stato convinto sostenitore dell’adesione della Turchia, che implica anche un segnale chiaro di apertura nei confronti delle popolazioni musulmane e della loro integrazione in Europa e in Italia. Questa linea deve essere convintamente proseguita da Futuro e libertà.
La cosiddetta ‘Politica di Vicinato’ della UE (PEV) va incontro a marcate difficoltà. Lo scopo della PEV era trasformare in senso democratico e aperto al mercato l’estero vicino, rispetto ai paesi non passibili di adesione. Entrambe le direttrici di questa azione, ad Est come a Sud, non hanno dato i risultati sperati. Ad Est, si assiste al ritorno di regime semi-autoritari e alla nuova influenza russa: il ritorno dell’ Ucraina nella sfera di Mosca implica la crisi del progetto della Eastern Partnership, varata nel 2009 su iniziativa della Svezia e della Polonia.
A Sud, l’apertura democratica della primavera araba ha spiazzato l’Europa, che aveva appoggiato i regimi autocratici, in parte per effetto del pregiudizio islamofobico. Il Progetto dell’Unione per il Mediterraneo (UPM), varato nel 2008, che avrebbe dovuto rilanciare la partnership euro-mediterranea, è naufragato, lasciando l’Europa, nel mezzo di una trasformazione storica del mondo arabo, priva di una strategia politica a carattere regionale. Sulla base dei dati di fondo della marginalizzazione del Vecchio Continente e degli effetti della crisi economica, pare certo difficile immaginare che l’Europa possa oggi reagire alla crisi mediante un approfondimento dell’integrazione, come sempre fu in passato, fino alla creazione della moneta unica. Questo è tuttavia, per quanto arduo, l’unico obiettivo che una rinnovata azione italiana, con una diversa guida politica, dovrebbe perseguire. Occorre reagire, pur con realismo, all’idea di un declino inevitabile. Con lo scopo di favorire, sul piano economico, nel quadro di quell’economia sociale di mercato che è alla base della UE:
- un’armonizzazione delle politiche fiscali e di bilancio;
- la promozione del mercato interno
, ancora arretrato in alcuni settori (ad esempio quello dei servizi). Solo una maggiore efficienza e integrazione del mercato unico può infatti favorire la crescita economica dell’Europa, vero antidoto a quello scetticismo nei confronti del mercato che si sta diffondendo come comprensibile conseguenza della crisi.
Sul piano politico, contro la tendenza a favorire sempre più una guida intergovernativa, che si traduce in un prevalere delle nazioni più forti, che inevitabilmente emargina l’Italia, occorre promuovere:
- l’applicazione della riforma prevista dal Trattato di Lisbona, con il rafforzamento effettivo dei poteri ‘comunitari’, a cominciare dal Parlamento europeo;
- lo sviluppo delle ‘cooperazioni rafforzate’ tra i paesi che intendano conseguire livelli di integrazione maggiori, ora aperte anche al settore della difesa;
- la partecipazione ad ogni livello dei cittadini europei alla vita dell’Unione, unico antidoto al deficit di legittimità politica dell’Unione stessa. Ogni opportunità deve essere promossa, dalle proposte di iniziativa popolare alla Commissione (previste dal Trattato di Lisbona), all’intensificazione degli scambi tra i giovani europei: solo una nuova generazione di cittadini europei può consentire il superamento delle anguste logiche nazionaliste e la coniugazione dell’amor di patria con un’Europa giusta, sicura e rispettata nel mondo.

il patto per l’unità

PER IL MEZZOGIORNO


Il destino dell’Italia è il destino del suo Sud, nel bene e nel male. Decenni di politiche assistenzialiste nei confronti delle regioni meridionali (implementate nell’illusione di uno sviluppo esogeno) non hanno permesso l’auspicato processo di convergenza, ma hanno al contrario esasperato le fratture socio-economiche. tra le aree più prospere del paese e quelle più arretrate.
Dal Dopoguerra ad oggi, c’è stato nel Mezzogiorno un “effetto di spiazzamento” nei confronti del principio di legalità e delle regole, della fiducia individuale nei comportamenti degli altri: il tutto sacrificato sull’altare della discrezionalità e della libertà di azione di un potere politico spesso irresponsabile e di una cultura minoritaria, ma diffusa, che al governo della legge è tentata di preferire la “protezione dalla legge”.
La dose massiccia di trasferimenti da Nord a Sud ha distorto il sistema delle imprese orientandone a volte i comportamenti alla ricerca di una rendita di posizione, e non a quello dell’efficienza e della creatività. In un clima del genere hanno prosperato le mafie. Queste non sono “antropologicamente” figlie del Mezzogiorno, come qualcuno pericolosamente prova a raccontare: sono piuttosto l’espressione più significativa di una cultura parallela e ostile alla società meridionale, che delle mafie è diventata vittima e inconsapevole strumento.
Di cosa ha bisogno il Mezzogiorno per un suo rilancio non è una novità: legalità, libertà di intraprendere e una politica “terza” rispetto alle dinamiche socio-economiche. Il Sud ha drammaticamente bisogno di imprenditori, valorizzando quelli che ha e attraendone di nuovi, in primis dall’estero. Al Sud non serve “più Stato”, ma uno Stato migliore, che punti massicciamente nella valorizzazione del capitale umano, che non sprechi le risorse pubbliche ma le canalizzi in pochi strategici obiettivi, che attragga investimenti privati offrendo un ambiente economico e culturale più fertile e che ponga in essere una lotta serrata alla illegalità diffusa, alle mafie e alla corruzione pubblica.
Anche nel tentativo di superare il paradigma dell’assistenzialismo centralista, nell’ultimo decennio il paese ha provato ad adottare un assetto istituzionale e di finanza pubblica di stampo federale. Partito con i migliori auspici, il cosiddetto federalismo fiscale italiano rischia purtroppo di essere un dannoso e pericoloso tentativo di lasciare più margini di spesa alle regioni e ai comuni del Nord, magari imponendo al Sud un aumento di pressione fiscale. Sarà compito della prossima stagione politica donare all’Italia un assetto autenticamente federale e responsabilizzante, che metta le amministrazioni locali e regionali di fronte ad un aut aut – o buona gestione o fallimento – e che leghi in modo trasparente il potere impositivo con le prerogative di spesa. Ci sarà un vero federalismo solo quando il Sud lo vivrà non come una sanzione, ma come l’opportunità di competere con il Nord come luogo di sperimentazione per nuovi progetti, nuove politiche ed idee coraggiose.
Accanto a tutto questo, la maggioranza onesta degli abitanti del Mezzogiorno hanno straordinariamente bisogno di tornare a credere in sé stessi: più che economico ed istituzionale, infatti, la questione meridionale ha un rilievo culturale.


Il patto civile

PER LA LEGALITA’, LA GIUSTIZIA


Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne
la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore […]
È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.
[… ]L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità
e devono tendere alla rieducazione del condannato. […]
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
[…] La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.
Costituzione Italiana, artt. 54, 13, 27, 34

La crisi della giustizia è in Italia l’altra faccia della crisi della politica. La posizione nei confronti della magistratura – dalla parte dei magistrati o contro di loro – è diventata una sorta di discriminante politica generale, e non si avverte la sostanziale insensatezza di uno schieramento di questo tipo: il dibattito sulla giustizia va liberato dai preconcetti che si sono consolidati lungo l’intera stagione successiva a Tangentopoli. Non è pensabile di poter contrapporre la cultura delle garanzie e quella della legalità.

Se da un lato l’azione meritoria di tanti magistrati ha contrastato e contrasta efficacemente il rinnovato diffondersi di pratiche corruttive che hanno rischiato e rischiano tuttora di corrodere dall’interno le istituzioni politiche italiane, la loro credibilità, la loro efficacia, la loro stessa funzione pubblica al servizio di tutti, occorre nel contempo tenere conto della diffusa insoddisfazione dei cittadini che non hanno fiducia nell’amministrazione ordinaria della giustizia, nei suoi tempi, nella sua efficienza, di fatto nella sua capacità di suum cuique tribuere, di ‘rendere giustizia’ a ciascuno. Di questo fa esperienza ciascun cittadino, in sede civile, prima che penale. Pertanto occorre tenere presente questa doppia esigenza: da un lato assicurare ad ogni magistrato l’esercizio della sua funzione, in un rapporto con il mondo politico rasserenato e non inquinato da indebite pressioni e interferenze; dall’altro riconoscere che la sfera della giustizia può e deve essere interessata da una seria azione riformatrice – dalla separazione delle carriere tra requirenti e giudicanti, alla responsabilità civile dei magistrati – volta a garantire la terzietà, la diligenza e la correttezza dei giudici.

Sotto un altro profilo, nel quadro di una riqualificazione complessiva della giustizia italiana, fra le prime questioni è lo stato in cui versano le nostre carceri, che costituisce una vera e propria emergenza umanitaria emblematica delle lacune complessive di uno stato di diritto. L’indice di inciviltà del paese si misura anche sulla situazione di degrado in cui sono costretti a vivere i detenuti e, nel contempo, sulle condizioni impossibili in cui si trovano costretti ad agire gli agenti di polizia penitenziaria e, più in generale, il personale che lavora negli stabilimenti di contenzione. Il tema va affrontato secondo i principi di diritto, di legalità e di giustizia, introducendo misure opportune ed efficaci – dalla depenalizzazione dei reati minori, a una più ampia ed effettiva accessibilità delle misure alternative, a una severa limitazione della custodia cautelare in carcere. La soluzione deve essere strutturale perché non si tratta soltanto del problema di sovraffollamento delle celle, e della violazione dei diritti umani e costituzionali dei detenuti, ma di prendere sul serio il compito attribuitosi dalla stato moderno di recupero e la promozione sociale dei detenuti, nell’interesse di tutti i cittadini.

Più in generale, non c’è dubbio che i deficit di produttività ed efficienza del sistema giudiziario incidono negativamente e in modo strutturale sulla crescita dell’economia italiana. I costi e la durata dei procedimenti – in particolare quelli relativi alla regolarità delle transazioni, a partire dagli adempimenti contrattuali e dall’esigibilità dei crediti – sono i più alti tra i Paesi Ocse e costituiscono un disincentivo all’investimento. L’incertezza genera sfiducia e compromette quindi l’attrattività e la competitività del sistema Paese.

Sui temi della giustizia a causa di un dibattito fuorviato abbiamo già perso oltre un decennio, senza produrre alcuna soluzione. Ma oggi occorre affermare che alcune riforme a costo zero sono possibili e realizzabili rapidamente, con un vasto consenso che attraversa gli schieramenti politici: dalla razionalizzazione delle sedi giudiziarie alla riforma del sistema delle impugnazioni; dalla semplificazione del sistema delle notifiche degli atti giudiziari al disincentivo del ricorso alla giustizia per finalità meramente dilatorie. Occorre però disarmare lo scontro ideologico che è in corso e improntare la discussione a criteri più razionalmente politici in vista di un immediato impatto positivo sull’efficienza del sistema.

il patto civile

PER UNA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE E PER LA NUOVA CITTADINANZA


Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Costituzione Italiana, art. 10

Come in tutti i paesi europei, l’immigrazione non è un fenomeno temporaneo e reversibile, ma un dato strutturale: al 2010 in Italia, sono stranieri regolari circa il 7% della popolazione residente (1 immigrato ogni 12 residenti), che rappresentano l’8,2% della forza lavoro nazionale, il 10% dei lavoratori dipendenti e il 3,5% degli imprenditori. Ma non si tratta di un ‘costo’ per lo Stato italiano: In termini economici, la forza lavoro straniera contribuisce per l’11% al PIL nazionale e versa alle case dello Stato annualmente quasi 11 miliardi di contributi previdenziali e fiscali. I lavoratori immigrati sono quindi un risorsa fondamentale per l’intero paese, ma, nei limiti dell’attuale sistema di welfare italiani stanno dando all’Italia molto di più di quanto ricevano non solo in termini di beni e servizi ma anche di diritti e di riconoscimenti.
L’immigrazione, inoltre, influisce in modo rilevante anche sulla struttura demografica del paese e sulle sue prospettive di crescita. A fronte di una popolazione italiana tra le più anziane in Europa e con il più basso tasso di fecondità, la natalità è sostenuta fortemente dalle donne straniere. Poiché la popolazione italiana continuerà ad invecchiare e a pesare sul sistema pensionistico, a fronte di una popolazione giovanile italiana sempre più scarsa e precaria, il ruolo degli immigrati continuerà ad essere cruciale per la crescita del paese, per la tenuta dei conti previdenziali, per lo sviluppo economico e sociale. Quindi degli immigrati non solo non è possibile fare a meno ma non si deve fare a meno. Si tratta di dati di fatto incontrovertibili. La polemica contro l’immigrazione invece, non utilizza argomenti della realtà, ma motivi razziali e di intolleranza e con ciò dimostra di essere lontana dalla conoscenza reale del paese.
In questo contesto, adottando il criterio della lungimiranza (“i governi cambiano, l’immigrazione resta”) Futuro e Libertà affronta il tema complesso dell’immigrazione secondo queste linee di intervento:
L’immigrazione senza buonismi e senza pregiudizi: Futuro e Libertà è lontano tanto dalla logica securitaria propria di una destra miope e intollerante, tanto dal solidarismo buonista di una certa sinistra terzomondista. L’immigrazione è una questione prettamente politica, che attiene alla gestione responsabile di un fenomeno connaturato alla società, che ad oggi si misura sul 7% della popolazione. Si tratta di individui che vivono regolarmente sul territorio, producono ricchezza materiale e immateriale, ma che scontano ancora una situazione di disparità di trattamento rispetto ai residenti. L’immigrazione va quindi affrontata nella logica della reciprocità di diritti e doveri, che è assicurata a tutti i cittadini, nello spirito della uguaglianza delle opportunità garantita dalla Carta Costituzionale. Pertanto combatte ogni forma di pregiudizio e di fobia verso persone di appartenenza etnica e religiosa diversa e promuove il dialogo interreligioso e interculturale, anche tramite adeguate forme di cooperazione. E rifiuta tutti gli stereotipi della propaganda razzista – “immigrato delinquente”, immigrato che ruba lavoro agli italiani”, “immigrato come diverso”, “immigrato come minaccia all’italianità” e così via – nella consapevolezza che l’identità è apertura e non chiusura e che al centro della questione c’è sempre l’attenzione alla persona e ai diritti umani.
Un accesso al paese più aderente al mercato del lavoro, che corregga le inefficienze dell’attuale sistema al fine non solo di favorire ‘l’immigrazione utile’, ma promuovere ‘la buona immigrazione’, attivando tutti i meccanismi idonei ad attrarre, riconoscere e promuovere anche personale qualificato e professionalità specifiche;
La legalità a tutela di tutti: semplificazione, trasparenza, controllo. Futuro e Libertà rifiuta ogni facile assimilazione tra l’immigrato e il clandestino. Nella consapevolezza che la sorveglianza dei confini non può essere il principale strumento di contrasto alla irregolarità, l’illegalità si vince sul territorio col potenziamento della funzione di vigilanza e controllo, accanto alla revisione dei sistemi di governo delle procedure per il rilascio e rinnovo dei titoli di accesso e attraverso l’ampliamento dei meccanismi e delle soluzioni di accesso regolare. Più l’accesso è reso praticabile, più è facile controllarlo, minore è il ruolo della criminalità. Parallelamente, un grande investimento va fatto nella lotta al lavoro sommerso. Non è la presenza di immigrati a creare lavoro nero, ma è la convenienza di sacche dell’economia ad attirare e reclutare manodopera immigrata, anche con il concorso di reti di connazionali;
L’integrazione è la principale garanzia di sicurezza. Integrazione significa avviare processi di dialogo e confronto, nell’ottica di reciprocità, ma sulla base di principi irrinunciabili per lo Stato italiano (pluralismo, laicità, rispetto delle libertà e dei diritti inviolabili dell’uomo e del cittadino). In questa cornice investimento chiaro va nella conoscenza della lingua e della cultura italiana, nella promozione del confronto e della socializzazione tra stranieri e residenti, nel concorso del welfare locale per assicurare i diritti sociali. Il tutto in una strategia di comunicazione chiara, onesta e esente da pregiudizi.
 Nuova disciplina della cittadinanza e diritto di voto. La revisione dei termini di acquisizione della cittadinanza appare necessaria, quindi, rispetto ad un 7% di popolazione, a cui associare ipotesi di ius soli temperato per i nati sul territorio italiano. Nessuna democrazia dovrebbe ospitare stabilmente gruppi di residenti che non hanno praticamente alcuna prospettiva di diventare cittadini, pena il rischio di creare categorie poco leali nei confronti del sistema istituzionale. Il riconoscimento della cittadinanza non è un mero adempimento burocratico ma la certificazione di una condizione di piena e responsabile appartenenza, con diritti e doveri definiti, a una determinata comunità politica, in seguito a una libera scelta. In questo senso oggi la nazione italiana è la ‘comunità dei cittadini’, fondata non più su un’eredità di ‘sangue e suolo’ secondo una concezione ottocentesca, ma su un patto politico e su una comune volontà. In tutti i paesi europei in cui è stato avviato un processo di riconoscimento dello status di immigrati regolari e ne è stata favorita la partecipazione alla vita politica e sociale, si sono registrati effetti positivi in termini di integrazione e sicurezza. In questo senso la cittadinanza non è solo fonte di diritti e doveri, ma un potente contributo alla pacifica convivenza di tutti.

il patto civile

PER LA QUALIFICAZIONE DEI DIRITTI CIVILI


Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario
se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare
i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
Costituzione Italiana, art. 32

La Costituzione italiana poggia su principi e valori che garantiscono l’unità e la coesione nazionale, vieta la discriminazione e promuove l’uguaglianza dei cittadini e su questa base detta le regole della comune convivenza. Le trasformazioni della società civile, della cultura e del costume comportano una naturale evoluzione dell’ordine giuridico, nei limiti posti dai suoi fondamenti costituzionali.
Alla politica non è richiesto di registrare i cambiamenti in modo neutrale, prescindendo da ogni valutazione su interessi o condizioni suscettibili di particolare tutela, ma di adeguare il diritto alla realtà della vita civile secondo una logica inclusiva. Da questo punto di vista, la tradizione culturale e religiosa del Paese non è un vincolo normativo, ma una forza viva che influenza, accanto ad altre, l’evoluzione della società. Se gli individui hanno libertà di coscienza e di scelta, lo Stato, invece, non può che dirsi laico.
Sui cosiddetti temi ‘eticamente sensibili’, che spaziano dal diritto di famiglia alle questioni dell’etica medica, in tutte le democrazie avanzate si è giunti nel corso dell’ultimo decennio a una sintesi equilibrata. In Italia, le necessarie soluzioni ‘ragionevoli’ sono pregiudicate da un equivoco circa il ruolo e i limiti della legge, al punto che il Parlamento è diventato il luogo in cui la maggioranza degli eletti ‘fa opposizione’ alle trasformazioni sociali in atto. Il bipolarismo etico ha soppiantato quello politico.

La legge è chiamata a ordinare dal punto di vista normativo le relazioni tra le persone, ma non può dettare il contenuto morale delle scelte che i cittadini decidono liberamente di compiere, e non può ostruzionisticamente avversare quelle tendenze che al legislatore appaiano moralmente reprensibili, con esiti, per altro, non solo ingiusti, ma inefficienti.
A titolo di esempio, rendere difficoltoso e costoso il divorzio – perfino quello consensuale in assenza di figli – è una scelta che va contro e non a vantaggio della famiglia, perché impedisce di regolare i rapporti tra partner costretti a convivere senza reciproche garanzie in attesa di sciogliere gli effetti giuridici di un precedente matrimonio. O ancora, ostacolare per le coppie di fatto processi di regolarizzazione del rapporto, anche su base privatistica, impedisce loro di organizzare la vita comune sulla base di un insieme di garanzie e di tutele eque e liberamente accessibili. Si tratta di situazioni in cui il diritto dovrebbe invece prendere atto della realtà, individuare le esigenze meritevoli di superiore tutela (ad esempio, i figli), ma non imporre un modello ritenuto ‘eticamente corretto’, con forme di disincentivo o penalizzazione normativa di situazioni diverse, ma non necessariamente alternative.
Sui temi dell’etica medica, poi, e non solo sul fine vita, la pretesa del legislatore di affermare principi superiori e prevalenti a quelli del codice deontologico, che già disciplina in modo prudente il rapporto tra medici e pazienti, significa autorizzare l’idea che anche sulla vita e sulla morte si possa decidere a maggioranza. E si tratta di una scelta molto più rischiosa di quella – per niente rinunciataria – di istituire una sorta di zona grigia di non interferenza della legge.
Contro un uso politicamente fanatico e tendenzialmente fondamentalista dei ‘valori non negoziabili’, sui temi eticamente sensibili la società chiede invece alla legge di supportare e facilitare le libere scelte dei cittadini. Il grado di maturità di una classe politica si dimostra nella capacità di affrontare temi scomodi e di negoziare un ragionevole compromesso tra prospettive diverse. Siamo infatti convinti che la principale vocazione della politica non sia né la difesa dell’esistente – qualunque esso sia – né l’inseguimento di astratte utopie, ma il perseguimento di un progetto realistico e insieme lungimirante.

il patto civile

PER LE PARI OPPORTUNITA’


Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge,
senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche,
di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli
di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione
di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese
[…]Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici
e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti
dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti
le pari opportunità tra donne e uomini.
Costituzione Italiana artt. 3, 51

Per pari opportunità si intende l’assenza di ostacoli a una piena partecipazione alla vita politica, economica e sociale di una società. E di conseguenza implica che il Paese adotti tutte le misure necessarie nel rimuovere e combattere ogni forma di discriminazione basata su etnia, sesso, religione, handicap, orientamento sessuale, opinione.
Un paese che sposa il principio delle pari opportunità è un paese che richiede la parità formale tra diversi soggetti in merito al godimento dei diritti e all’adempimento di doveri, ma allo stesso tempo opera per realizzare una parità sostanziale, assicurando nei fatti a tutti i gruppi di soggetti in condizione di svantaggio comparativo, uguali possibilità di accesso, permanenza e fruizione dei vantaggi in campo politico economico e sociale.
Posto rilevante in questa politica è occupato dalle politiche di pari opportunità tra uomo e donna. Operare per le pari opportunità tra uomo e donna significa andare oltre l’uguaglianza formale tra i due sessi riconosciuta dalla Costituzione e dalle leggi, per affrontare i problemi che nei fatti determinano ancora forti differenze tra uomini e donne nella partecipazione alla vita economica e sociale del paese.
Ridurre ed eliminare queste differenze non è solo una questione di giustizia sociale. È il compito di un paese che intende valorizzare appieno il contributo di tutti i suoi appartenenti, senza distinzione alcuna.
In questo senso Futuro e Libertà si pone in una prospettiva che non mira esclusivamente alla realizzazione di una rappresentanza numericamente equilibrata tra uomini e donne nei diversi campi del vivere sociale. Per Futuro e Libertà adottare una politica di pari opportunità significa mettere in condizioni uomini e donne di poter effettuare scelte libere e consapevoli circa le modalità con cui partecipare alla vita politica e economica e sociale, essendo garantiti nei diritti fondamentali ed essendo nella condizioni di poter scegliere tra un ventaglio di opportunità.
In questa prospettiva, gli obiettivi per i quali Futuro e Libertà intende operare sono i seguenti:
Pari dignità tra uomini e donne in tutti i campi del vivere sociale e quindi lotta a ogni forma di abuso avente a motivo l’identità sessuale a partire dalla mercificazione del corpo nei media, sino all’educazione e alla formazione;
Pari accesso al mercato del lavoro e alla rappresentanza politica e più opportunità di valorizzazione del tempo (da realizzarsi anche attraverso la promozione di servizi di supporto alla cura in diversi modelli e forme organizzative);
– Pari tutele sul mercato del lavoro con attenzione anche ai lavoratori del settore privato e nello specifico degli ordini professionali dove le donne sono sovra rappresentate e attraverso la revisione del sistema di tutele dei lavoratori non standard – prevalentemente donne;
Pari accesso ai percorsi di carriera, grazie alla valorizzazione del ruolo della concertazione sui meccanismi di valutazione e progressione che non siano penalizzanti per le donne.
Riconoscimento del valore sociale della maternità, intesa non come una questione ‘personale’ o un onere per l’azienda ma come un valore per lo sviluppo della collettività intera. Futuro e Libertà riconosce come centrale il contributo paritario di entrambi i genitori allo sviluppo educativo e personale del bambino, nonché alla sua gestione quotidiana. A tal fine Futuro e Libertà propone interventi normativi e organizzativi in collegamento con la riforma del welfare e le politiche familiari.

Il patto culturale

PER LA SCUOLA, L’UNIVERSITA’, LA RICERCA


L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione e istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
[…] La scuola è aperta a tutti. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi,
hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie
e altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.
Costituzione Italiana, artt. 33, 34

L’Italia, ormai da tempo, non promuove e non governa la formazione e la ricerca. Le riforme recentemente avviate su scuola e università sono, al meglio, una razionalizzazione dell’esistente, ma non mettono mano ai meccanismi strutturali per migliorare la qualità e la competitività del sistema scolastico e universitario, non consentono di adeguarlo agli standard internazionali e nel contempo penalizzano anche i tratti caratteristici del modello italiano di formazione.
In questo quadro l’Italia soffre di un ritardo drammatico, di un difetto grave di orizzonte e di progetto: l’inadeguatezza del sistema scolastico e universitario si intreccia con la debolezza del sistema industriale e produttivo: in Italia le imprese, allineate agli altri paesi europei nella spesa in pubblicità, investono nell’innovazione e nella ricerca circa la metà delle imprese francesi e inglesi e circa il 70% in meno rispetto alle imprese tedesche.
Per rilanciare la scuola italiana le parole chiave sono: eccellenza e agonismo del merito, creatività, libertà economica. Scuola e Università possono diventare il traino dell’eccellenza e del merito, nel segno della più alta tradizione italiama, in accordo con l’investimento delle imprese sulla creatività e sull’innovazione.
Per promuovere la scuola italiana, sono urgenti riforme radicali e di dettaglio.
Per la Scuola media superiore:
articolare il percorso formativo in due rami, chiari e distinti: liceo (un’eccellenza italiana da difendere) e scuole tecnico-professionali (da adeguare e rilanciare);
investire sulla educazione civica (più ore, più insegnanti) per formare il senso di appartenenza dei nuovi cittadini, sia con la conoscenza teorica della Costituzione, delle leggi, degli istituti politici, sia con esercizi pratici di ‘educazione’ alla cittadinanza, comprese forme di cura dell’ambiente, di assistenza e di volontariato;
investire sulla formazione – scientifica e psicopedagogica – dei docenti, rilanciando la qualità di un cursus honorum appagante sotto il profilo del riconoscimento scientifico, sociale, economico.

Per l’Università sono necessari interventi strutturali, capaci di rilanciare il sistema universitario italiano e migliorarne i risultati nella valutazione internazionale, che non vede nessuna università italiana tra le prime 150 del mondo, unico caso tra i paesi del G8. L’incremento dei finanziamenti è fondamentale, ma non può essere disgiunto da un sistema di valutazione dei risultati e dal contributo degli investitori privati, che deve essere opportunamente incentivato. Queste le azioni che Futuro e Libertà propone:
l’abolizione del valore legale del titolo di studio, in vista di una competizione virtuosa tra Atenei;
una politica di sostegno ai centri di eccellenza e un meccanismo di riconoscimento del merito e della qualità nel sistema retributivo di ricercatori e professori;
la trasparenza nella conoscenza dei risultati delle singole università, con la pubblicazione e diffusione dei dati e opportune forme di premialità per le università virtuose;
la razionalizzazione delle sedi universitarie, con eventuale soppressione di quelle non più funzionali all’economia del sistema e alle esigenze del territorio;
la riorganizzazione degli ordinamenti didattici, il cosiddetto 3+2, con la possibilità di una più flessibile articolazione per le aree disciplinari che lo richiedano;
l’attivazione di un rapporto virtuoso con le imprese produttive, che leghi la riforma del sistema scolastico e universitario alle esigenze del mondo del lavoro, favorendo occupazione e sviluppo; sgravi fiscali importanti per gli investimenti delle imprese in ricerca scientifica.
la detassazione delle borse di studio e degli assegni di dottorato; finanziamenti al fondo per il merito degli studenti e in generale sostegno al diritto allo studio; defiscalizzazione delle spese per i testi universitari;
– la promozione del processo di internazionalizzazione dei nostri Atenei; sostegno alla circolazione dei docenti tra le università italiane e straniere.

L’Italia deve far propria la sfida dell’Europa, che si propone coraggiosamente l’obiettivo di diventare la “prima economia della conoscenza del mondo”, secondo l’obiettivo indicato dall’Unione Europea sin dalla Strategia di Lisbona e recentemente riaffermato nel progetto “UE 2020”, centrato su “una crescita basata sulla conoscenza come fattore di ricchezza”.

Solo un progetto politico capace di agire in modo incisivo e integrato su questi fronti può restituire vigore e protagonismo a quel modello italiano – cultura diffusa, intreccio fecondo tra successo economico ed espressione di ingegno – che può e deve essere rilanciato come un perno della strategia politica ed economica dell’Europa.


il patto culturale

PER L’INNOVAZIONE: LE RETI


È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Costituzione Italiana, art. 3

Il terreno su cui oggi si può e si deve costruire una più ampia cultura delle relazioni e, al tempo stesso, ampliare lo spettro delle possibilità delle realizzazioni concrete è quello della rete. Se la nostra società è costituita dalla sovrapposizione interattiva di una serie di reti materiali e concettuali, il web costituisce la vera possibilità di interazione, nonché lo strumento immediato di connessione con il mondo, fattore di apertura universale. Per questo l’accessibilità a internet, la sua applicazione a tutte le forme di interscambio, l’ampliamento degli strumenti a esso connessi (interfacce, banche dati, realtà aumentata, interattività, social network partecipativi) costituiscono un’urgenza non differibile. Al pari delle infrastrutture tradizionali (che garantiscono la mobilità e la fruizione di servizi negli ambienti collettivi e privati) la totale accessibilità alla rete va intesa come un servizio basilare, un diritto di piena partecipazione, di pari opportunità per tutti. Di libertà.

Questa è oggi la base per la crescita di una società intelligente, legata all’uso di tecnologie che ormai sono a portata di mano e non rappresentano un miraggio ma l’unica possibilità di riequilibrio complessivo, e che non solo non comportano carichi di carattere finanziario ma, al contrario, realizzano la premessa per una società a intensa vita relazionale e a bassi costi economici ed ambientali.

Rete e libertà
La rete è uno strumento per la condivisione della conoscenza e la partecipazione politica e sociale, l’ambito in cui il comportamento creativo di ogni individuo, ogni singolo apporto, è messo a profitto nella reciprocità dell’incontro con gli altri. Un'occasione per dare forma e sostanza economica (attraverso le dinamiche di auto-organizzazione delle comunità) alle informazioni generate dagli utenti, contribuendo alla coesione sociale e alla diffusione delle buone pratiche per una migliore qualità della vita.

Reti energetiche
Il sistema evoluto delle reti intelligenti – le cosiddette smart grids – non è più un terreno sperimentale ma l’unica prospettiva possibile per organizzare il nostro presente e preparare un futuro di vita collettiva senza sprechi e con una ottimizzazione delle risorse. Da alcuni anni, del resto, le politiche energetiche dedicano una crescente attenzione ai piccoli impianti di produzione di energia elettrica o di cogenerazione, una sorta di ‘generazione distribuita’ ottenuta da fonti rinnovabili (ad esempio il fotovoltaico, i piccoli impianti idroelettrici o eolici, i piccoli sistemi di waste-to-energy dispersi sul territorio, rientrano in questa modalità); questi sistemi possono essere usati con due modalità diverse: per soddisfare (parzialmente o totalmente) i fabbisogni energetici del possessore del sistema ovvero per produrre energia da immettere in rete. Mettere l’Italia al passo con le esigenze dello sviluppo e insieme con la riflessione sui paradigmi di crescita.
Il vero orizzonte dell'innovazione è proprio in questa concezione univoca e complementare, punto di incontro tra una rivoluzione dei comportamenti, diversa concezione della produzione e dell'uso dell'energia, utilizzazione delle nuove tecnologie per un diverso modello di distribuzione dei servizi.

La realizzazione di nuove reti, così concepite, oltre a consentire la massima utilizzazione dell’energia prodotta, favorirà la realizzazione e l’offerta di un’ampia gamma di servizi tesi anche all’aumento dell’efficienza dei consumi e alla loro allocazione nelle fasce di prezzo più vantaggiose. La diffusione dell’approccio integrato “generazione distribuita - rinnovabili - smart grids” potrebbe avere un rilevante impatto sociale coinvolgendo molto di più e in termini più positivi i cittadini/consumatori nelle questioni energetiche e nelle decisioni relative.

Parallelo e contiguo, in termini di innovazione, è il tema dello smaltimento dei rifiuti – grande problema delle metropoli – è risolto, o quanto meno affrontato strategicamente, in quasi tutte le città del mondo ma per l’Italia, nonostante la gigantesca profusione di risorse dedicate, resta una questione ancora aperta, in balia della rincorsa delle emergenze. La raccolta differenziata è la chiave per una soluzione radicale, ma non riguarda soltanto la modalità della raccolta e l’educazione a una diversa gestione da parte dei cittadini: deve prevedere una radicale revisione dei modelli di trattamento industriale delle masse raccolte. Anche in questo caso la razionalizzazione del servizio non trova limiti nelle risorse finanziarie perché una sana gestione produce risparmi e forme virtuose di riutilizzo, sia in termini di riciclo delle materie che di cogenerazione per l’energia.
Una premessa necessaria al miglioramento di tutti gli standard è rappresentata da una radicale semplificazione delle procedure: anche in questa materia l’impaccio della burocrazia esercita un potere sordo ma non invincibile. Sono necessarie flessibilità, alta velocità e realizzazione di progetti lungimiranti.

Reti come risorsa
Sul piano normativo è quindi necessario concepire le dinamiche dell’innovazione come interdipendenti e favorire l’attuazione di politiche di produzione e utilizzazione dell’energia su scala locale e concepire l’erogazione di servizi in base a nuovi standard, che utilizzino le grandi dorsali esistenti come frame per un sistema che serva da collegamento tra i singoli punti di utilizzo.
Indispensabile è l’estensione della banda larga su tutto il territorio e la libertà di accesso per tutti alla rete, senza limitazioni. È, infine, necessario ribaltare la cultura del sospetto che vede in internet e nelle sue applicazioni una minaccia, strumento di pirateria, di adescamento se non addirittura di terrorismo: la rete è soltanto un’estensione delle nostre facoltà e favorirne lo sviluppo e l’uso il modo più immediato per garantire pari opportunità, partecipazione e modi di esistenza migliori, a beneficio dell’ambiente, dell’organizzazione del lavoro, della possibilità universale di accedere, senza barriere, alla conoscenza.


il patto culturale

PER LA VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE E PAESAGGISTICO ITALIANO


La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
[…] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Costituzione Italiana, art. 9

La cultura in Italia è un elemento costitutivo dell’identità nazionale: non riguarda soltanto strettamente gli operatori culturali – quanti per professione vivono di arte, spettacolo, ricerca – ma è un fattore distintivo e unificante della nostra capacità produttiva. La cultura, in particolare in Italia, appartiene e afferisce a un mondo di relazioni interconnesse che coinvolgono l’arte, la musica, lo spettacolo, la letteratura e anche il l’imprenditoria, l’artigianato ma, soprattutto, riguarda il nostro stesso stile di vita, la propensione individuale e collettiva ad esprimersi attraverso le creazioni dell’ingegno. Nel XXI secolo la cultura è un fatto collettivo, che interessa simultaneamente chi è deputato alla produzione intellettuale, chi opera nella comunicazione, chi lavora dietro le quinte degli istituti culturali, chi finanzia con risorse materiali ed immateriali la promozione della conoscenza.
Al centro della cura e dell’interesse si pongono i beni culturali (tutto quanto si è accumulato nel corso dei secoli sulla nostra Penisola e che la storia ci ha consegnato in eredità); ma proprio la tutela dei beni culturali in Italia mostra una crisi progressiva di sistema e di strutture. Centrale deve essere, però, anche l’attenzione per le nuove produzioni artistiche e culturali, vero fattore predominante di un rilancio dinamico del modello italiano.
La cultura è un generatore di senso e di valore. Favorisce un accrescimento di senso e valore ad esempio in relazione al turismo, che rappresenta un’enorme risorsa per il prodotto interno del paese, che però troppo spesso, restituisce un’immagine stereotipata e mediocre del nostro paese, che ne deforma e banalizza la fisionomia.
Ma la cultura è ‘valore’ anche in senso economico, fonte di produzione, di innovazione e ricerca, condizioni fondamentali per lo sviluppo: saper stimolare la pulsione al nuovo, al futuro che avanza, e incoraggiare con mezzi concreti chi è deputato alla ricerca significa dare prospettive precise di crescita al Paese.

Cultura e sviluppo
Dobbiamo ribaltare il pregiudizio per cui in Italia i soldi spesi per la cultura rappresentino un costo, se non addirittura uno spreco; basti un esempio: nel nostro Paese, a fronte di una spesa annua di 1,8 miliardi entrano nel PIL 39 miliardi con un moltiplicatore del 21,3%. Se in Italia la classe politica avesse il coraggio e la lungimiranza di allinearsi alla media degli investimenti degli altri paesi europei, cioè 6,65 miliardi annui, il ritorno potrebbe essere addirittura superiore ai 140 miliardi.

Nella strategia invalsa in questo periodo di crisi globale e portata avanti anche in Italia, la logica dei tagli alla spesa non è bilanciata da forme di investimento nei settori produttivi, di cui la cultura rappresenta quello più importante. Per uscire da questo impasse rovinoso, una soluzione possibile sarebbe quella di sistematizzare il meccanismo dei benefici fiscali, di estendere cioè la possibilità, per gli operatori del settore, di usufruire di sconti sulla fiscalità capaci di ridare ossigeno al mondo culturale. D’altro canto, tali benefici rappresentano per lo stato la possibilità di continuare a finanziare innovazione e ricerca senza spesa diretta da parte dell’erario pubblico. Traducendo nel concreto questo enunciato generale Futuro e Libertà propone la creazione di un meccanismo stabile e strutturale di benefici fiscali che prevedano:

Estensione del TAX CREDIT e del TAX SHELTER a tutte le forme di produzione culturale (audiovisivo, spettacoli dal vivo, mostre, istituzioni culturali, editoria)
– Deducibilità fiscale totale per tutti gli investitori (sia aziende che persone fisiche) in ogni settore della cultura (istituzioni culturali, enti ed aziende di produzione).
 Modifica immediata delle norme contenute nella legge 122 dello scorso luglio, che prevedono limitazioni e vincoli per la pubblica amministrazione (quali il limite del 20% per investimenti in mostre e comunicazioni) e che, lungi dal produrre risparmi, creano danni, anche finanziari, e insormontabili problemi di gestione anche per le più prestigiose istituzioni culturali italiane.

Sopra ogni cosa è necessario considerare cultura, ricerca, formazione e sviluppo come parti di un unico processo. Non si comprende come tra le competenze del Ministero dello sviluppo economico ci siano tutte le attività legate alla produzione, tranne quelle del comparto cultura, che rappresentano il maggiore asset per il nostro Paese. Si propone quindi la creazione di una Agenzia che possa coordinare le attività dei diversi ministeri nella promozione e nella programmazione economica del comparto cultura.