Fini può restare nel PDL, portando avanti le sue idee: questo Berlusconi lo ha affermato chiaramente, prima nel discorso (molto tumultuoso) tenuto in replica alle osservazioni di Fini alla Direzione PDL di ieri, poi nel documento approvato in tarda serata pressocchè all’unanimità: se Fini vuole portare il suo contributo di idee al partito è bene accetto. Il discorso del premier-Presidente del PDL implica due corollari: il “no a correnti” e le dimissioni di Fini da Presidente della Camera. Per (tentare di) sbrogliare la complicata matassa e le parole e il contegno non sempre chiari e coerenti di Fini, credo siano molto utili e provvidenziali le parole di Veneziani, spese nell’articolo di fondo uscito lunedì 19 scorso nel Giornale.

Tra i commentatori che meglio e più lucidamente hanno colto la problematicità, le oscurità e le ambiguità della posizione finiana, Veneziani (non ora, ma da tempi risalenti) auspica per gli ex-AN  un rapporto con gli ex-FI, improntato a “autonomia costruttiva”, a “differenza integrativa”, che veda gli ex-AN portare il peso specifico della tradizione della Destra politica ed europea. Ora, proprio grazie alle parole di Veneziani, si può agevolmente intendere che questo ruolo non è incompatibile con la permanenza del leader modenese all’interno del partito, nè con la strategia “autonomista” interna enunciata da Fini nel discorso di ieri. Il motivo è presto spiegato: come noto, Berlusconi ha motivato il suo “no” a correnti, motivando l’assenza di divisioni/distinzioni effettive, che, a suo dire, non servirebbero ad altro che a creare contrapposizioni e divisioni artificiose.

Chiariamoci su un punto: da che mondo è mondo, le “correnti” sono sempre state l’ oggetto misterioso per antonomasia della politica italiana: di abolizione delle “correnti” si parlava già ai tempi della DC di De Mita (con tanto di voti solenni che poi restavano lettera morta), se ne è parlato anche nel PD, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ma il vero problema non parrebbero le “correnti” in sè, se si deve prestare fede a quanto ha detto Fini a Silvio:”sei tu (Silvio) il Presidente del Partito che decide, ma almeno si discuta”. Io credo che sia quell’ “almeno si discuta” che fa la differenza. Se, quindi, bisogna prendere “in parola” il Presidente della Camera Fini, è certo che questo “diritto di discussione” (non disconosciuto nel Documento finale) può attuarsi sia organizzando una corrente sia non organizzandola, quindi, in piena compatibilità con gli indirizzi berlusconiani, approvati a schiacciante maggioranza nella Direzione di ieri. Se si deve prestare fede a queste parole, Fini rivendicherebbe per sè e per i suoi un ruolo, almeno teorico, di salvuaguardia dell’ “area AN” come area di riferimento politico-culturale. A questo punto, la contappoisizione sulle “correnti” parrebbe più nominalistica che di sostanza: non è da escludersi, cioè, che quando Silvio parla contro le “correnti” non dica poi cosa molto diversa da quello che dice Fini. A sua volta, le parole del Documento (e le parole di Fini) aparirebbero compatibili con l’istanza avanzata da Veneziani di fare dell’area ex-AN un’area di “autonomia integrativa”, ma non competitiva, nè alternativa, nè a Berlusconi, nè alla Lega.

Certo, a questo punto, non si può negare una cosa: a pensarci bene, infatti, Fini avrebbe teoricamente dovuto o potuto (a seconda dei punti di vista) svolgere da prima questo compito di “avanguardia poltico-culturale”; e Veneziani questo aspetto puntualmente e lucidamente lo fa notare: già da tempo (dice Veneziani) Fini avrebbe potuto/dovuto rappresentare le ragioni dello Stato, del pubblico, della scuola, della cultura italiana, differenziandosi dalla tendenza di Berlusconi e Bossi a valorizzare il privato e il mercato, in nome di ‘policy’ di portata nazionale, controbilanciando il rischio che la coalizione corre, con una piattaforma politico-programmatica troppo ‘mercatista’, troppo sbilanciata sul mondo del mercato. Una prospettiva, quest’ultima, che avrebbe potuto (ma può tuttora) certamente contribuire a far ritrovare alla politica una sua vera moralità, aldilà del moralismo “caporalesco” e fariseo del “popolo viola”, di Di Pietro e degli altri “fondamentalisti costituzionali” del PD (Bindi in primis). Certo, le parole di Veneziani mettono il dito nella piaga in un problema reale: perchè Fini si scopre adesso polemico e  lottatore dopo che per quasi 20 anni (dal 1994 ad oggi) ha giocato il ruolo di “abatino” della politica? Veneziani non fornisce un’analisi di questo aspetto, ma fornisce una serie di spunti molto utili per l’analisi, specialmente quando spiega l’atteggiamento finiano come “secessione personale” (in opposizione alla “secessione territoriale” paventata a suo tempo dalla Lega).

Personalmente, riteniamo che a spiegare questo atteggiamento defilato di Fini abbiano concorso due fattori: anzitutto, per tutti gli anni ‘90, lo sdoganamento di AN (come erede del MSI e del fascismo) era tutt’ altro che compiuto e ciò avrebbe portato Fini a rinunciare alla leadership della destra, affidandosi al “traino” di un Berlusconi (comunque giudicato, certamente più accetto dai moderati); in secondo luogo, per tutti gli anni ‘90, Fini è stato oggettivamente condizionato dall’incertezza del quadro politico del centro-destra che, dopo la sconfitta elettorale del 1996, pareva evolversi più verso una ricostituzione di un “grande centro” post-democristiano piuttosto che verso una riproposizione di Forza Italia, dissanguata dalla “secessione” leghista (e che la “traversata nel deserto” di Berlusconi potesse avere buon fine era cosa di cui allora molti dubitavano!).

In questa chiave, quindi, si intende anche il motivo che ha spinto Fini nel 1999 a presentare la formula dell’ Elefantino, che prevedeva un’alleanza con Mariotto Segni, ritenuto allora più affidabile referente del Centro rispetto a Berlusconi. Comunque, è certo che l’atteggiamento di “abatino” è servito a Fini negli anni ‘90 molto più di un atteggiamento ‘pasionario’ e aggressivo per  introdurre a poco a poco l’ex-MSI nei “salotti buoni” della politica.

Certo, non è escluso che in questo, Fini, più preoccupato di stringere “alleanze al vertice” abbia perso contatti con la base, con il “popolo della destra”; di questo Veneziani lo accusa apertamente (e non solo da adesso) e, in questa chiave legge le uscite (sconcertanti per gli ex-AN) su testamento biologico, immigrazione, laicità, che effettivamente hanno sconvolto chi confidava in Fini come custode di “Dio, Patria e Famiglia”. Senza voler assolutizzare questi assunti (è infatti inevitabile un’interpretazione delle ideologie in linea evolutiva con i tempi!), certo è che l’allarme lanciato da Massimo Veneziani di una propensione di Fini all’ “autoreferenzialità” politica è reale: ciò farebbe di Fini una sorta di d’Alema di Destra, ovvero di ‘inquinatore della “Purezza dell’idea” (per d’Alema l’antiberlusconismo, per Fini il berlusconismo), un “gesuita” che piega il movimento alla bassa bottega del potere e della visibilità personale.

Ma, a questo punto, forse si può andare oltre quanto dice Veneziani e leggere gli atteggiamenti di Fini come effettivo segno di “logoramento” derivanti da 20 anni di politica di “basso profilo”. Preoccupato, cioè, di legittimare AN sui temi della shoà, della lotta al nazi-fascismo e di allineare AN al “patriottismo costituzionale” auspicato da Ciampi, Fini si è via via “lasciato rubare” da Berlusconi temi conservatrici (la famiglia, i rapporti con l’America di Bush) che pure avrebbero potuto costituire “competenza naturale” di AN (Fini dal 2001 al 2006 ha dovuto subìre due scissioni similari per questi motivi, una di Storace e una della Mussolini).

Persa, quindi, udienza e persa specificità sui temi tradizionali della destra, Fini ha cercato di inventarsi un’altra tribuna: non inganniamoci, dietro temi di laicità, non c’era tanto un’istanza modernizzatrice della destra, ma c’era l’anti-berlusconismo! Ovvero, c’era la cinica tendenza di Fini di ritagliarsi un ruolo entro la PDL fungendo da centro di attrazione della dissidenza interna e dell’elettorato non comunista che è anti-berlusconiano. A questo punto, Fini non avrebbe potuto aspettarsi trattamento diverso da quello che ha ricevuto nella Direzione PDL ieri, quella di essere sostanzialmente “messo in mora” e diffidato come sospetto inquinatore della prospettiva berlusconiana: ieri Fini ha pagato senza possibilità di equivoco il notevole logoramento politico da lui subìto in questi 20 anni. Il tempo dirà come evolverà questa vicenda, che per altro presenta ancora elementi di ambiguità ed appare tutt’altro che risolta! Anzitutto, Fini rifiuta di dimettersi da Presidente della Camera e di accondiscendere ad una delle essenziali condizioni poste da Berlusconi e dalla Direzione PDL. Il motivo addotto da Fini è sintomatico: nessuno può contestare a Fini (lui dice!) di non aver garantito l’imparzialità della conduzione dell’assemblea; cosa vera, ma che, detta in queste circostanza, assume un significato politicamente sinistro e può costituire la vera riprova delle autentiche intenzioni del leader dell’ex AN.

Consideriamo un semplice assunto: se veramente si sentisse leader della minoranza, Fini non potrebbe non dimettersi; se non altro per l’obiettiva esigenza di dover lavorare  per la propria fazione all’interno del partito 24 ore su 24. Chi non ci dice che Fini non voglia dimettersi per obbligare la Camera a pronunciarsi essa stessa sull’opportunità delle sue dimissioni? Se è intenzione di Fini provocare la Camera su un simile voto, che usualmente assume, nella prassi costituzionale, un valore di puro “galateo” costituzionale, un simile voto non potrebbe che essere inteso come gesto di aperto Anti-Berlusconismo: non è escluso che Fini conti di aggregare a sostegno della sua persona l’opposizione IDV e UDC in primis.

Ora, se gli ex-AN votassero insieme alle Opposizioni per mantenere Fini come Presidente della Camera, ciò significherebbe la prefigurazione di una maggioranza anti-berlusconiana; lungi dall’avere sbocco politico immediato (personalmente, credo l’opposizione troppo divisa e capace di esprimere al massimo una “maggioranza negativa”, non di Governo: vedi il mio La “scelta giacobina” … del 16/12/09 su questo newsmagazine), un simile voto attesterebbe pubblicamente che Fini, nella sua posizione di Presidente della Camera, disporrebbe di un effettivo “potere di veto” verso il Governo, evidentemente condizionante i “passaggi-chiave” della compagine governativa: in nome dell’anti-berlusconismo e con il fiancheggiamento delle Opposizioni, Fini, Presidente della Camera, ritaglierebbe per sè il ruolo di ufficiale “franco tiratore” del Governo (espresso dal Partito di cui è co-fondatore!).

Se questo dovesse accadere (e speriamo non accada, ma i precedenti della politica non lasciano ben sperare), questo confermerebbe senza possibilità di dubbi la deriva finiana verso “l’autoreferenzialità” politica, paventata da Veneziani. Purtroppo, questo non è lo sbocco da Noi auspicato, quando invocammo una PDL unita, nazional-popolare capace di vincere “la pace” (ovvero il governo) e non solo “la guerra” (ovvero le competizioni elettorali con le opposizioni); davanti a noi, si allargherebbero gli spazi del filybustering e si chiuderebbe (forse per sempre) la speranza di una “buona politica” per le riforme.

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