Aldilà del sollievo per lo scongiurato pericolo del vuoto di potere in una fase tanto difficile per l’economia italiana, aldilà della soddisfazione e del compiacimento per la squadra di Governo messa a punto dal Professor Monti, crediamo difficile sottrarsi all’impressione che sul Governo Monti pesino molte, troppe incognite. Nato con una base parlamentare larghissima (dal PDL, al PD, all’UDC, all’IDV), ma in realtà senza chiari referenti e azionisti di riferimento fuori dalla paura del default e fuori dalla personale ed autorevole tutela del Presidente della Repubblica, il Governo Monti pare rivelarsi un punto sì di compromesso tra i partiti, ma di basso profilo. Un Governo nato “per esclusione” (di altre opzioni), più che da un processo di inclusione e di sintesi politica (per quanto momentanea ed emergenziale). 

Un Governo che nasce da una duplice incapacità e da un duplice fallimento: in primis, il fallimento del Governo Berlusconi di darsi una propria agenda delle riforme e dell’emergenza economica; in secundis, il fallimento della prospettiva di una gross coalition tra PDL-PD-UDC. Nè PD, nè PDL si sono decisi al salto della gross coalition, per ragioni contemporaneamente convergenti e divergenti. In primo luogo, entrambe hanno temuto che sedere allo stesso tavolo del Governo, dopo essersene cantate di tutti i colori, avrebbe voluto dire spiazzare i propri elettori. Un prezzo troppo grosso e pesante in termini di delegittimazione politica che sarebbe stato un regalo troppo grande a chi come Casini non aspetta altro che i principali animatori del bipolarismo (PD e PDL) siedano allo stesso tavolo per delegittimare il bipolarismo stesso.

In questo senso, quindi, si può dire che il convergente rifiuto di PD e PDL di indicare una delegazione politica al Governo deve intendersi come un modo per nascondere la pistola nel fodero, ma in vista di sfoderarla alla prima occasione. In secondo luogo, i due principali partiti non si sono intesi chiaramente su un minimo comune denominatore politico, non hanno intavolato alcun serio negoziato, limitandosi a subìre l’agenda che altri (UE) aveva fissato, e rassegnandosi ad un governo “purchessia” per la netta paura di elezioni anticipate. Elezioni che, aldilà delle ostentazioni di sicurezza, tutti temono (anche il PDL), perchè tutti paventano l’imponderabilità dello spread sulle emozioni e sui flussi di voto degli elettori: il PD teme di vincere ma troppo spostato sull’asse di Vendola e Di Pietro e teme la riedizione (peggiorata) del Prodi 2006-08; il centrodestra, che pure sulla carta dovrebbe avvantaggiarsi di questo empasse della Sinistra, è in realtà esitante, perchè paventa la fine di Berlusconi e la disgregazione definitiva del centrodestra.  

E del resto, lo abbiamo detto: la crisi del debito non può che proiettare una diffusa difficoltà e crisi dei partiti, che, in questa fase, perdono con il debito pubblico la fondamentale leva del loro consenso. Il Governo Monti è figlio di questa paralisi del sistema. Come valutare questa situazione? Non è facile. Da un lato, non potremmo che essere pessimisti davanti all’ipotesi di un governo ”tecnico” issato solo dall’incapacità decisionale dei suoi azionisti parlamentari: un Governo dalle precarie prospettive, figlio più che di un consenso, di una fondamentale riserva mentale dei partiti, pronti a scaricare sul Governo il “lavoro sporco” per dissociarne le responsabilità davanti agli elettori. Dall’altro, questa situazione può essere un’indubbia finestra di opportunità. Mai come adesso, con una politica letteralmente “decimata” e fragile, si aprono spiragli riformatori, per abbattere caste e corporativismi. Senonchè su questa via, si ritrova un’altra incognita, Monti stesso. Quanto Monti avrà la forza morale e politica per fare le riforme, nonostante i partiti?

E’ evidente che, se Monti riuscirà a governare “nonostante il Parlamento”, potrebbe realizzarsi una fase realmente nuova ed eccezionale per la storia italiana, dove ad “un uomo solo” è concesso “rifare l’Italia”: un’occasione che si offrì al solo Benito Mussolini, quando nel 1922 raccolse una maggioranza eterogenea, che seppe però “svuotare” ed esautorare per il dinamismo del suo prestigio e del suo carisma, sostenuto non solo dallo squadrismo, ma anche dalla decisa volontà degli italiani di “voltare pagina” e di farla finita con l’Italietta piccola e volgare di Giolitti & co. e delle sue caste. Non sappiamo se Monti, come Mussolini, abbia la stazza del Demiurgo. Sappiamo solo che se oggi si offrisse  un nuovo Demiurgo, dopo l’esperienza fallimentare di Berlusconi, gli italiani non esiterebbero a farne il nuovo “Cesare”, il nuovo giustiziere contro le caste e i nepotismi. Ma se Mario Monti dovesse sfidare le oligarchie italiane come Giulio Cesare sfidò quelle del Senato, allora vorrebbe dire che per l’Italia la nuova èra della Rivoluzione Liberale è davvero cominciata. Alea iacta est? Nell’attuale Anno Zero della politica italiana è possibile questo e altro ….

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