Abbiamo tutti nella memoria quella tragica Pasqua 2005 (27 marzo) quando Giovanni Paolo II, ormai allo stremo del male e prossimo a morire, tentò, in uno sforzo sovrumano, di parlare alla folla di Piazza S. Pietro, la “sua” folla; e non gli riuscì che un garrito, gutturale e sgradevole, come il grido, il rantolo di un animale che sta “tirando gli ultimi”.

Certo, in una televisione, in un mondo mediatico come quello attuale (e dal Pontefice disincantatamente “cavalcato” con consumata professionalità) dove il “corpo”, l’immagine dei Personaggi famosi è tanto importante (evidentemente corpi belli, giovani!) fu uno shok quell’immagine di dolorosa, tragica impotenza del Papa-mediatico davanti alla sofferenza e alla morte vicina che ormai l’aveva ridotto alla parresia; ironia tragica per l’ancorman di Cristo! Forse qualcuno ha parlato di “eterogenesi dei fini” di un Papato che, fin dall’inizio, aveva puntato molto (e diciamolo scientemente!) sulla dimensione mediatica (per ragioni complesse, pastorali e diplomatiche che qui è impossibile enumerare): che salto passare dal Papa-sciatore, aitante e sportivo dei primi anni ‘80, all’immagine del Disabile malato di Parkinson degli anni 2000! Ma, aldilà di questo, siamo poi sicuri che il Pontefice Giovanni Paolo II avesse altro modo per trasmettere con la giusta autorevolezza il Vangelo e la Parola di Cristo? Di quel Vangelo e di quella “morale esigente” che tanto predicava?

Sì, certo, le kermesse mediatiche, gli happening servono alla trasmissione della fede, all’evangelizzazione; ma (Cristo ci ha avvertiti) la via che porta al Regno dei Cieli è una “porta stretta”, perchè Dio, nel suo infinito e incommensurabile pensiero (a noi umani largamente inaccessibile) non ha cancellato il dolore e la sofferenza dal mistero umano. Ecco allora che, come Cristo, anche il Papa, che tanto tuonava contro l’eutanasia, l’aborto eugenetico, non poteva che dare l’esempio: mostrandosi non solo sofferente, ma dimostrando di portare con dignità la sofferenza, in adempimento del Vangelo.

Come dire: il Vangelo di Cristo è una cosa seria, non una passerella da soubrette! La chiave per penetrare questa ultima, estrema fase del Pontificato di Giovanni Paolo II, l’ha offerta il Pontefice stesso, nella sua Salvifici Doloris del 1984: il dolore, pur incomprensibile in sè, avrebbe potuto diventare, secondo il Pontefice, una straordinaria palestra di bontà e di altruismo: come dire, se non passassimo attraverso questo crogiuolo, forse noi umani ci crederemmo dei “semidei” e diverremmo aridi. Viceversa, accettando con dignità la sofferenza, ci alleniamo alla solidarietà e alla vera fraternità con gli altri, partecipando allo stesso destino.

Per questo motivo, dedichiamo la festa della Beatificazione di Giovanni Paolo II a tutte le persone sofferenti, agli ammalati, alle persone che in qualche modo patiscono un motivo di sofferenza, ritenendo che il Papa Beatificando abbia dato loro molto aiuto e ne darà ancora. Per questo, in questa speciale giornata, il ricordo del papa “politico” di Solidarnosh, di Danzica, dell’attentato di Alì Agca etc. così come delle pronunce pastorali sulla dottrina sociale, sulla bioetica passerà in secondo piano; riteniamo infatti che nell’immagine di Servo Sofferente che Woytila ha dato di sè degli ultimi anni ci sia il sigillo più vero e profondo di tutta la sua missione di Papa.

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