Quando Forza Italia è nata, e ciò è accaduto nel momento in cui il presidente Berlusconi ha fatto recapitare un messaggio pre-registrato alle televisioni nazionali – capite bene di quale singolare atto di nascita di un partito si trattasse per il 1994 – , non tutti hanno compreso che stava per cominciare la più grande rivoluzione comunicativa nella storia del sistema politico italiano. Oggi anche i nostri avversari politici, fuori dal contesto dello scontro quotidiano, sarebbero probabilmente disposti a riconoscere questo incontrovertibile dato di fatto che d’altronde è già da anni oggetto di studio in Italia e nel mondo.

Una svolta che, partendo dal linguaggio e dall’immagine, ha prodotto una vera e propria mutazione genetica che ha poi riguardato tutti i partiti dell’arco costituzionale. Da quel giorno, dal giorno della “discesa in campo” del presidente Berlusconi, la politica non è stata più quello che era: con quell’atto di nascita di un partito proveniente dal nulla, la politica è entrata nell’era della comunicazione moderna. Ebbene il paradosso, il paradosso sul quale ci interroghiamo da tempo oramai, è sotto i vostri occhi quotidianamente. Il partito fondato dal più grande comunicatore della storia repubblicana, il partito che ha fatto della comunicazione e dell’immagine la sua fortuna (e francamente senza i mass media e senza quella attenta tecnica comunicativa, non sarebbe stato pensabile che in pochi mesi Forza Italia diventasse il primo partito italiano) oggi scopre la sua debolezza proprio su questo terreno. Ci interroghiamo da mesi, forse da anni, sulle cause di questo paradosso.

Ci chiediamo come mai l’esecutivo guidato dal “re delle televisioni”, dal king maker della comunicazione, non riesca a “far passare” messaggi positivi, relativamente alla sua azione di governo.

Ci chiediamo come mai dopo aver riformato il mondo del lavoro, quello della scuola e dell’università, il diritto societario, il sistema fiscale, le grandi infrastrutture, la collocazione dell’Italia sullo scenario internazionale, il governo Berlusconi sia, per larga parte dell’immaginario collettivo, il governo delle leggi ad personam e del conflitto di interessi. E a proposito consentitemi di fare una parentesi di attualità: abbiamo riformato anche il sistema radio-televisivo italiano. Per qualcuno forse la “Gasparri” era una legge ad personam, fatta per tutelare gli interessi del premier: guardate, guardate come sta funzionando. Grazie alla Gasparri a presiedere la Rai c’è un ex comunista, come Claudio Petruccioli, a presiedere la commissione parlamentare di vigilanza sul servizio pubblico radiotelevisivo c’è un rutelliano di ferro come Paolo Gentiloni. Fra un po’ ci ritroveremo Santoro a condurre il telegiornale della sera (avete visto che si è dimesso da europarlamentare per rientrare in Rai), e tutto questo mentre siamo ancora al governo! Hanno già cominciato lo spoils system in Rai prima ancora di vincere le elezioni.

Se questo fosse davvero il funzionamento delle leggi ad personam, bisognerebbe forse dire al Presidente di non curarsi più dei “suoi interessi”. Ora forse qualcuno si accorgerà degli altri effetti della Gasparri: se per milioni di persone oggi l’offerta televisiva si è ampliata a dismisura a basso costo con l’avvento del digitale terrestre, sarà forse per effetto di questa legge ad personam. E, sia detto per inciso, visto che dovremo affrontare il tema delle enormi risorse che comuni, province e regione in Toscana dedicano alla comunicazione: grazie a questa legge si è introdotto fra l’altro il principio sacrosanto che i comuni, le province, gli enti pubblici, non possono essere editori e proprietari di canali televisivi. Vi sembrerà banale ma grazie a questa legge, per esempio, il presidente della provincia di Firenze, non potrà più spendere miliardi dei contribuenti per farsi la sua televisione di regime. E chi lo aveva già fatto, come ad esempio il comune di Siena, con la “rete civica” è costretto adesso ad alienarne la proprietà. Sarà o no questo l’effetto di una buona legge di sistema?

Ora su questo paradosso comunicativo potremmo discutere per ore. E potremmo individuare e sistematizzare una lunga serie di cause. Motivi esogeni, però. Motivi che nascono fuori da Forza Italia e che attengono alla storia dei media, ai loro assetti proprietari, all’ingerenza e all’influenza di un mondo culturale che dagli anni ’70 in avanti è stato sempre controllato dalla sinistra. Potremmo spiegare insomma in buona sostanza che i nostri messaggi non passano o giungono distorti perché tutte le televisioni sono in mano alla sinistra.

Ed è in mano alla sinistra tutta la grande stampa italiana. Possiamo e dobbiamo dire tutto ciò. Ma abbiamo anche il dovere di interrogarci sull’esistenza di fattori endogeni, che nascono dentro Forza Italia e dentro la coalizione di centro-destra, perché su questo possiamo fare qualcosa, abbiamo il dovere di fare qualcosa, specie adesso che siamo alla vigilia della campagna elettorale decisiva. Dobbiamo in buona sostanza chiederci che cosa potevamo fare, noi, noi proprio come singoli dirigenti e militanti di partito, noi nel nostro quotidiano e nel nostro agire nella società.

Perché vedete io sono un operatore della comunicazione, ho fatto per anni il giornalista, per poi ritrovarmi immeritatamente ad amministrare un giornale, eppure non sono così convinto che i media in quanto tali esauriscano la comunicazione politica. Così come sono convinto che la politica non finisca in un comunicato stampa o in un trafiletto corredato da foto. Vorrei ricordarvi che in questo, come in molti altri paesi del mondo, la politica e le competizioni politiche esistevano già prima dell’avvento dei mezzi di comunicazione di massa. In questo paese si sono tenute elezioni politiche, anche molto partecipate, prima dell’avvento della televisione. Si sono svolte competizioni elettorali, con altissime percentuali di voto, quando larga parte del paese era ancora da alfabetizzare. Vi ricordo che la diffusione di massa della tv arriva negli anni ’60.

E vi ricordo anche che le tirature reali, il venduto reale, dei giornali italiani, di tutti i quotidiani, non supera i 5 milioni di copie. Non ce la possiamo in buona sostanza cavare facendo diligenti comunicati stampa sulle nostre posizioni. Perché questo sì abbiamo imparato a farlo, sappiamo scriverli in italiano corrente, spedirli all’ora giusta, perché si sa, i quotidiani locali oltre una certa ora, sono già impostati e per fare sbullettare una pagina già composta, già disegnata dovremmo ricorrere all’omicidio politico. Abbiamo imparato a convocare le conferenze stampa.

Magari conosciamo anche la regola delle cinque “w” (where, when, who…). Conosco colleghi di partito che hanno talmente interiorizzato le regole e i trucchi dei rapporti con i giornali che passano l’agosto in città per inondare di comunicati le redazioni, che in quel mese sono alla disperata ricerca di qualche notizia. Abbiamo perfino imparato a dare in pasto ai giornali “la notizia”.

Ma tutto questo non basta, non è sufficiente.

Specie se, dopo aver impiegato anni per apprendere queste regole, sappiamo comunicare con i giornali e ci siamo dimenticati di parlare con la gente. Consentitemi la provocazione, ma da giornalista e da “attore” della politica, vorrei dire che i media non sono tutto. Che ad esempio l’influenza della tv sulle competizioni elettorali non è così automatica e scontata. Nel 1996 Prodi ha vinto le elezioni e al governo della Rai c’erano gli amministratori nominati dal centro-destra. Nel 2001 il centro-destra ha stravinto le elezioni con la Rai occupata perfino nei varietà dal centro-sinistra. Da allora in avanti, pur essendo il centro-destra al potere e controllando quindi teoricamente anche la Rai, abbiamo perso tutte o quasi le elezioni.

E non dimenticate che ci sono partiti – come la Lega di Umberto Bossi – che sono nati e cresciuti nell’indifferenza totale da parte dei mass media e delle televisioni nazionali. Tutto ciò non vuol dire che si può prescindere dal rapporto con i media. Né vuol dire che il centro-destra non si debba porre il problema di aumentare la sua influenza sul sistema dei media, con azioni di medio e di lungo periodo (e in questo senso sarebbe una buona azione di lungo periodo, la nascita dell’organo di partito, servirebbe per tanti motivi, formativi e informativi). Significa semplicemente che non possiamo limitarci a questo. Per tale motivo in questa mia relazione non ho intenzione di spiegarvi come migliorare le vostre performance comunicative pubbliche, vorrà invece insistere sull’aspetto del nostro ruolo nella società, nella vita di relazione, piuttosto che sulla redazione di un perfetto comunicato stampa. Ha detto più volte il presidente Berlusconi, riferendosi alle difficoltà comunicative del governo – “eravamo impegnati a governare, non potevamo portare la croce e insieme cantare la messa”.

E’ vero, è giusto. La mia tesi è che a cantare la messa, dovevamo esserci noi, doveva esserci il partito. LA SINDROME DELLA SCONFITTAC’è un secondo paradosso sul quale desidero attirare la vostra attenzione. Il paradosso è che il partito che più dovrebbe rappresentare l’ottimismo, che più dovrebbe essere portatore di messaggi positivi, il partito a cui il leader maximo ha sempre insegnato “di avere il sole in tasca” sia preso dalla sindrome della sconfitta. Guardate che questo elemento è cruciale. Io devo dirvi che in tutti questi mesi – di evidente difficoltà del centro-destra – non ho mai pensato che la partita fosse persa. Non ho mai pensato che nel 2006 il risultato fosse già scritto. E a questo potete credere o non credere. Ma quello che vi posso garantire e che dovete credere è che se anche l’avessi pensato, non l’avrei mai detto. Perché conosco la teoria sociologica delle previsioni o profezie autoavverantesi.

Che in poche parole significa che se tutti i giorni diciamo le cose vanno male, le cose vanno male, le cose vanno male, alla fine le cose vanno male per davvero. Pensate che un sociologo dell’inizio del secolo scorso (Robert King Merton) sostiene che perfino la crisi economica del 1929, una crisi terribile, che nel suo drammatico sviluppo ha provocato, oltre che conseguenze direttamente economiche su milioni di esseri umani, l’accelerazione di quel declino che avrebbe portato l’Occidente all’affermazione dei totalitarismi e alla Seconda guerra mondiale, sia stata il frutto in parte anche di questi fenomeni.

Si era diffusa la convinzione che le banche fossero sull’orlo del fallimento e che quindi fossero insolventi e questa convinzione ha generato, nella sua rapida propagazione, azioni che poi hanno portato realmente all’insolvenza delle banche. Pensate a cosa accadrebbe se tutti noi domani mattina ci presentassimo davanti agli sportelli delle banche a ritirare i nostri risparmi. E’ evidente che il sistema bancario salterebbe. Ora vi dovrebbe essere chiaro che l’ottimismo è in economia un fattore produttivo. Ci sono le materie prime, la manodopera, il packaging, il marketing, e c’è l’ottimismo. E per questo la sinistra – facendo un’operazione sistematica di disinformazione – intende rappresentare un paese sull’orlo del fallimento, perché il pessimismo genera effetti economici. E se il governo Berlusconi fallisce in questo, fallisce il progetto politico, cala il sipario sul sogno italiano. Ma non è solo in economia che le profezie autoavverantesi funzionano.

Accade anche in politica. Perché c’è sempre una parte di elettorato e soprattutto c’è sempre una parte di elite economiche e sociali che a loro volta sono in grado di influenzare l’elettorato, che “sale sul carro del vincitore” (effetto bandwagoning). E dunque la convinzione di perdere – perdere non piace a nessuno – induce a schierarsi dalla parte degli ipotetici vincitori, con ciò contribuendo in modo determinante alla vittoria. Ebbene molti di noi, forse anche qualcuno in questa sala, si sono spesso lasciati andare al senso di sconfitta. E questo è sbagliato, non solo perché se ci lasciamo prendere dallo sconforto riduciamo automaticamente il nostro grado di partecipazione e di attivismo, ma perché diventiamo portatori sani di messaggi negativi. Nella nostra famiglia, nel nostro entourage di amici, conoscenti, fra i nostri colleghi di partito, seminiamo il germe della sconfitta.

E questo è accaduto. Da qualche settimana a questa parte il trend pare essersi invertito, noi stessi, dopo la prova di compattezza data dalla Cdl in occasione del voto sulla legge elettorale, cominciamo a pensare che forse la partita è ancora aperta. Ma sono certo che al prossimo stormire di fronde (e le primarie un po’ hanno già ingenerato questa nuova inversione di tendenza) lo sconforto potrebbe riprendere il sopravvento. Eppure se riflettete un attimo, se pensate a quando è cominciata questa tendenza e tornate con la mente al 2004, alle elezioni europee, dovreste analizzare i numeri: in quelle elezioni i partiti della Casa delle Libertà (seppure con un crollo importante di consensi per Forza Italia) hanno ottenuto circa 14.800.000 voti, qualche decina di migliaia in più (in più non in meno) dei partiti che compongono l’Unione. Ed è vero che le Regionali le abbiamo perdute, ma il centro-sinistra ha preso soltanto i suoi voti e non è cresciuto. E fra una competizione elettorale di stampo regionale e le elezioni politiche ci sono alcuni milioni di elettori di differenza, persone che non vanno a votare per le regionali, ma si esprimono invece per le politiche. Allora se non ci crediamo noi, che possiamo vincere, come possono crederci gli elettori?

Né possiamo nasconderci – e scusatemi se apro una parentesi più politica e più interna – che a volte, questo metodo, questo attribuire all’ineluttabilità degli eventi e degli errori compiuti la sconfitta, serve a cancellare nostre sconfitte personali, serve a giustificare i nostri insuccessi, serve ad avere la possibilità di poter scaricare su altri le nostre responsabilità. Vedete è un meccanismo che – talora in buona fede, spesso invece con malizia – scatta automaticamente. Certo Forza Italia ha fatto molti errori, certo forse c’è un problema di carenza di democrazia interna. Quello che però non ho mai capito è come facciano a stare insieme le due critiche: da una parte il fatto che non siamo strutturati sul territorio e dall’altra che siamo un partito “totalitario”. Il ‘900, ci ha fornito nefasti esempi di partiti di questo tipo, ma non ne ho conosciuto sui manuali di storia neanche uno, che non fosse rigidamente e militarmente organizzato.

Da una parte si sostiene che i nostri consiglieri comunali, provinciali, circoscrizionali, sono abbandonati a sì stessi e dall’altra che il partito è retto da una sorta di nomenklatura che agisce con metodi dittatoriali. Ma le due cose non stanno insieme, perché il consigliere comunale di Forza Italia del comune x della provincia y, potrà pure non avere strutture di riferimento, ma se non ha strutture di riferimento non ha neppure chi lo comanda a fare cosa. E dunque è libero di agire nel suo ruolo di consigliere – nella maggior parte dei casi purtroppo nella nostra regione di opposizione – e dirigente del partito.

Che cosa gli impedisce dunque di farsi portatore di un messaggio politico positivo?

Che cosa frena la sua relazione nella sua società?

Che cosa c’entra la eventuale legittima critica interna sulla mancanza di democrazia, con il “non fare”?Davvero, ad esempio, il fatto che non si facciano i congressi, impedisce di allargare la base sociale del partito, facendo le tessere? Davvero esistono frotte di cittadini che ambiscono di eleggere il segretario regionale di Forza Italia, perché vogliono partecipare, decidere, e stanno lontane da noi perché non gli diamo questa possibilità? Può darsi che sia così, ma permettetemi di avere qualche dubbio. Ho il dubbio cioè che la nostra visione sia condizionata dall’essere troppo addetti ai lavori della politica e troppo poco nella società. Perché questo vituperato partito di plastica, questo vituperato partito senza democrazia è lo stesso che quattro anni fa, non quaranta anni fa, ma quattro anni fa, ha ottenuto dagli italiani 11 milioni di voti. Ed era lo stesso partito. Non è che Berlusconi lo ha cambiato nel frattempo abolendo la democrazia interna. E’ lo stesso partito. E ho anche il dubbio che quando qualcuno lascia il partito – ad un anno dalle elezioni – dobbiamo certo interrogarci sulle ragioni.

Dobbiamo sì fare autocritica. Perché il disagio, le difficoltà, sono comprensibili. Ma noi non siamo un partito come gli altri. Non si aderisce in una regione come questa a Forza Italia se non abbiamo un forte sentire politico, vorrei dire un “credo” politico. Non si aderisce a Forza Italia se non si crede alle ragioni profonde di una battaglia per le libertà.

E quando questi soggetti improvvisamente lasciano il partito, hanno tutto il mio rispetto se lasciano la carica elettiva per la quale sono a rappresentare Forza Italia. Se non lo fanno il discorso cambia. Se non lo fanno e addirittura saltano il fosso, e passano dall’altra parte, allora dobbiamo essere tutti d’accordo, noi che siamo di Forza Italia, che non siamo noi a doverci interrogare sulle nostre colpe. Ma che sono questi individui che si devono chiedere con quale onestà intellettuale possono aver rubato i nostri voti. E sono i nostri avversari che lo accolgono fra le proprie fila che debbono chiedersi quale livello di moralità ci sia in questo mercimonio. Io sono tra quelli che credono che la barca non affonderà.

Ma penso che nel preciso momento in cui si inclinasse, si capirebbe quali sono i veri uomini e le vere donne di Forza Italia e si vedrebbe invece chi ha cercato in Forza Italia qualcosa di diverso, qualcosa di utile.

Torno dunque alla riflessione che ho fatto sulle critiche al partito e vi voglio raccontare un piccolo aneddoto. Qualche mese fa ho avuto una vibrante conversazione con un addetto alla politica, dirigente di un’associazione che organizza incontri di formazione politica. Un amico di centro-destra. Per storia e tradizione ferventemente anticomunista. Gli ho chiesto di aderire a Forza Italia. Mi ha risposto, no assolutamente, a Forza Italia mai, perché non è un partito democratico. Gli ho fatto blandamente presente che normalmente i congressi comunali e provinciali si fanno e i coordinatori vengono eletti. Ma lui mi ha risposto, “no perché non eleggete il segretario regionale” (che poi sarebbe il coordinatore e che in Forza Italia è nominato dal Presidente Berlusconi). L’ho blandamente interrogato chiedendogli se davvero ritenesse che questo fatto fosse decisivo, per la gente, per l’elettorato. Dopodiché gli ho rivolto a freddo la seguente domanda: “Senti ma dimmi un po’, tu cosa pensi della politica di Filippeschi?”. Mi ha guardato con l’aria un po’ inebetita e mi ha chiesto, come forse potrebbe fare adesso qualcuno di voi, “E chi è Filippeschi?”.

Beh, scusate se è poco, Filippeschi è il segretario regionale del partito di maggioranza relativa in Toscana. E’ il segretario regionale dei Ds. Questo signore, questo amico, questo addetto alla politica, questo convinto sostenitore della centralità della democrazia interna nella selezione della classe dirigente, non sapeva neanche chi fosse il segretario regionale del maggior partito della Regione. E come lui non lo sanno molti toscani. E se questo è vero per uno schieramento che conta ancora su una fortissima componente di voto ideologico, figuratevi quanto può essere vero per noi, che abbiamo invece un voto tipicamente d’opinione. Allora il mio pressante appello per gli uomini e le donne del partito è il seguente.

Non dobbiamo essere vittime dello “sconfittismo”. Non dobbiamo sentirci inutili. E non dobbiamo pensare che la partita sia già persa. Possiamo avere molte e rispettabili critiche: possiamo in buona fede ritenere che qualcuno sta sbagliando. Ma diffidate di chi queste critiche le fa sui giornali. Diffidate di chi, anziché la logica del confronto interno, anche duro, anche aspro, sceglie la strada delle rotative: perché quella persona avanzerà pure delle perplessità legittime, delle critiche comprensibili, dei dubbi condivisi, ma se sceglie quella strada forse ha un obiettivo diverso dall’interesse del partito. Perché anche questo abbiamo imparato nei giornali. Abbiamo imparato che fa molta più notizia la guerra interna che l’esplicitazione di una posizione politica.

E consentitemi di dire che c’è chi su questo… ci marcia. Tutto ciò serviva per dirvi che anche noi, siamo essenziali. Lo siamo ancora di più in un momento in cui il centro-destra deve recuperare un gap. Dobbiamo essere un po’ portatori d’acqua, un po’ tappatori di buchi e un po’ dobbiamo ritornare a fare proselitismo politico. Dobbiamo essere promotori di comportamenti virtuosi.

Perché questi anni di “distrazione” hanno obiettivamente confuso anche i nostri militanti. Questa estate nel pieno della bagarre politica con l’Udc ho impiegato una serata per convincere un nostro militante – badate bene non un nostro avversario politico, non un membro di un altro partito della coalizione, un nostro militante – che la richiesta dell’Udc (partito unico ed insieme legge proporzionale) era una richiesta irricevibile, per fargli capire che dietro questa richiesta c’era un trucco, un trucco che voleva dire la fine politica di Berlusconi e di Forza Italia. Ma in perfetta buona fede, questo nostro amico pensava che invece fosse una buona idea. Abbiamo lo stesso problema adesso con la sbornia che il centro-sinistra ha preso con le primarie. Molti nostri amici credono, in buona fede, che sarebbe una buona idea. Ebbene dobbiamo riuscire a far capire, non con comunicati stampa che nessun giornale pubblicherà, che le primarie nel nostro sistema politico sono una farsa.

Dobbiamo mostrare ai nostri simpatizzanti, che certo non sono e non devono essere degli studiosi di sistemi politici, un dato semplicissimo: avete mai visto negli Stati Uniti le primarie sul presidente uscente? Non si è mai visto. Perché la richiesta di primarie per il nostro paese ha tutti i significati politici, meno che quelli che dovrebbe avere. La sinistra le ha fatte per legittimare un leader che aveva già scelto, non per scegliere un leader, il centro-destra le farebbe unicamente per “sfiduciare” un leader che c’è già. E noi non possiamo cadere in questa trappola. Sarebbe come fare harakiri.

GLI ELETTI E IL RADICAMENTO TERRITORIALE

Il ritorno al proporzionale, seppur corretto da un premio di maggioranza, significa che dobbiamo tornare ad occuparci del partito e della sua organizzazione territoriale. Le preferenze – ognuno sul tema può avere la sua opinione, ma questo che dico è un dato oggettivo – con la loro logica di esasperata conflittualità interna, non hanno prodotto una organizzazione di partito, hanno invece supplito alla carenza di organizzazione del partito, con una stratificazione di correnti personalistiche.

Non hanno consolidato il partito. Ognuno ha coltivato la sua vigna e nessuno si è occupato della fattoria (il partito), che a quella vigna pure consente di vivere, perché gli fornisce la terra, l’acqua, il sole, il marchio per la commercializzazione del prodotto, ecc… Ora questa logica deve finire, pena la scomparsa di Forza Italia in quanto tale. E un ruolo essenziale in questo cammino che dobbiamo percorrere insieme ce l’hanno ovviamente gli eletti nelle istituzioni, dai consigli di quartiere o di circoscrizione, su fino ai deputati e senatori della Repubblica.

Ebbene anche in questo caso consentitemi di dire che fino ad oggi, per responsabilità di ognuno di noi, siamo stati tutti carenti da questo punto di vista. Quando il Consiglio regionale di Forza Italia – l’organismo più ampio del partito – per volontà del coordinatore è stato allargato agli eletti nelle istituzioni (e in Toscana sono oltre 800) abbiamo avuto una risposta in termini di partecipazione inferiore al 25%. Gli eletti non sono qualcosa di altro dal partito e la partecipazione è fondamentale. Detto tutto ciò – e vengo al tema più proprio della nostra riunione – è fondamentale la comunicazione fra eletti, la comunicazione fra il partito e gli eletti, la comunicazione degli eletti agli elettori o meglio ai cittadini.

Questo vale anche per quel gap che abbiamo lamentato all’inizio e che riguarda il governo e la sua azione. Ho l’impressione che mentre singolarmente abbiamo imparato a rapportarci con i media, ci sia ancora una difficoltà consistente a comunicare dentro il partito e con il partito. Vi racconto quest’altro episodio per farvi capire cosa intendo: qualche sera fa ho partecipato ad una accesa riunione del partito, in una provincia della Toscana. Per carità di patria non dirà quale. In questa riunione un dirigente del partito, membro del coordinamento provinciale, ha fatto un’autocritica affermando che in fondo come coordinamento provinciale non si era presa una posizione forte di condanna di un determinato comportamento di un iscritto.

A questa osservazione del membro dell’organismo ha risposto il coordinatore provinciale dicendogli: “Ma come non ti ricordi la riunione che abbiamo fatto il giorno tal dei tali”. Risposta: non ricordo. E sarebbe finita là con l’uditorio convinto di trovarsi di fronte a due “visioni” diverse e contrapposte e che uno dei due raccontasse in buona sostanza fregnacce.

Per fortuna viaggio con una cospicua rassegna stampa sui fatti che riguardano il partito e così ho fornito al coordinatore provinciale copia dell’articolo de La Nazione che riportava l’esito di quella riunione del coordinamento provinciale, con la dura condanna di quel comportamento che si voleva censurare. Il coordinatore ha quindi letto questo articolo e di conseguenza l’uditorio ha potuto rendersi conto di quale fosse la verità. Risposta del membro del coordinamento provinciale: “Ah mi era sfuggito, perché a casa mia arriva un’edizione diversa de La Nazione”. Ora capite bene quale catena di errori ci sia alla base di questo misunderstanding. Il coordinamento provinciale si era riunito per dibattere un tema anche complesso e non aveva ritenuto di prendere carta e penna per scrivere un documento. Ha approvato la linea e ne ha dato ufficialità come? Con una dichiarazione a La Nazione.

Senza preoccuparsi di far circolare un documento neanche fra i componenti dell’organismo. Non c’è da meravigliarsi. Nel corso di un’altra difficile riunione di partito, al termine di cinque ore di discussione, è stata presa in mano dai dirigenti la situazione: “adesso basta interventi, sono ore che discutiamo, prepariamo un documento poi si esprimono due favorevoli e due contrari al documento, poi si vota”. Urca: impeccabile. Sapete cosa ha detto un nostro quadro, un partecipante alla riunione – che evidentemente temeva di essere fra coloro che sostenevano l’opzione perdente – “No, no un momento.

Chi l’ha detto che si deve votare?”. Mi immagino che questo amico, in perfetta buona fede, domani ingrosserà le fila di coloro che sostengono che nel nostro partito, manca la democrazia interna. Questi esempi per dirvi che dobbiamo certamente fare un salto di qualità. E dobbiamo ancora una volta cercare dentro di noi, nelle nostre relazioni e nella comunicazione fra noi, la risposta a molti problemi.

COMUNICAZIONE PUSH E PULL.: L’ELETTO “ATTIVO” è PUSH E PULL

Non voglio prescindere da un problema reale, non posso nascondermi dietro un dito. La comunicazione è anche un problema di risorse. Di risorse umane, di tempo lavoro ma anche banalmente di soldi. Spedire 1.000 inviti per una iniziativa politica costa probabilmente un migliaio di euro solo per buste, bolli, stampati. Poi c’è l’affitto della sala, i manifesti, l’affissione, ecc.. Lo sapete bene tutti quanti voi.

E sapete che le risorse del partito sono scarse, scarsissime, ad ogni livello. Ora dicevo non voglio sfuggire da questo problema che c’è, esiste, perché come diciamo noi in Toscana “senza lilleri, non si lallera”. Però vorrei anche dire che spesso ci sono una serie di piccole cose che noi dirigenti del partito potremmo fare a costo zero. Almeno per risolvere due aspetti: il primo riguarda quel gap comunicativo iniziale, cioè le informazioni di base per sapere cosa fa il governo Berlusconi e per sapere come contrattaccare di fronte alle mistificazioni che la sinistra sistematicamente opera. Il secondo riguarda la comunicazione fra eletti e quadri del partito e fra eletti delle varie zone e dei vari livelli istituzionali. Ebbene per quel che riguarda il primo aspetto l’eletto deve essere “attivo”. Altrimenti non ne usciamo. E’ nostro compito – compito mio, del partito – indicare la strada, ma poi ognuno deve percorrerla.

Perché quello che davvero non si può sostenere è che il partito – a livello nazionale – non abbia fatto moltissimo. Oggi sulla rete, sul web potete trovare tutto. I provvedimenti del governo. Le nostre iniziative, il nostro programma, le tesi e le antitesi con cui contrastare la sinistra. Occorre solo un computer ed una connessione ad internet. Ogni giorno sul web potete leggere – su siti istituzionali e sul sito del partito, su ragion politica, su centrodoc – tutto quello di cui potete avere bisogno. Potete scaricare informazioni e testi, perfino volantini e brochure, da ristampare e divulgare se necessario. A voi parrà forse scontato quanto vi sto dicendo, perché se oggi siete qui è perché sicuramente non avete bisogno di queste informazioni. Eppure vi garantisco che in più occasioni una delle richieste che nelle riunioni viene reiterata è quella di “avere informazioni su quello che fa il governo, per controbattere alle argomentazioni della sinistra”. Ebbene queste informazioni ci sono, sono a disposizione sul web. Certo in questo caso dobbiamo interpretare la comunicazione nel modo corretto. Io sono un grande utilizzatore della rete, ma non credo al mito di internet. Cioè non credo che la comunicazione attraverso il web sia decisiva nello scontro politico, sia strategica per attrarre consensi.

Tutte le indagini scientifiche dimostrano a) che coloro che utilizzano internet per acquisire informazioni politiche, sono una ristrettisima minoranza in Italia, e non arrivano ad un decimo dell’elettorato nei paesi più avanzati come gli Stati Uniti; b) coloro che arrivano sui siti politici sono già “formati”, il pubblico della comunicazione politica on line è più istruito e più interessato alla politica della media, quindi le sue esigenze sono complesse e ampie e non possono essere soddisfatte dai siti che non offrono niente di più di quanto si trovi anche sugli altri media.

Naturalmente il sito internet va fatto, va reso fruibile, va aggiornato continuamente (e si torna inevitabilmente al ragionamento delle risorse umane, economiche di tempo), ma sappiate che nel 90 per cento dei casi coloro che arrivano sul vostro sito sono già vostri sostenitori oppure vengono là perché sperano di avere la possibilità di insultarvi. Dobbiamo quindi su internet avere un approccio più sofisticato, ragionare di marketing virale, diffondere materiali diversi (nelle elezioni americane del 2004 ad esempio hanno avuto un grande successo i video spot), trovare modalità di interattività.

Tuttavia se ho dei dubbi sull’efficacia per la finalità di ampliare il consenso, non ho alcun dubbio sul fatto che internet debba essere il mezzo d’elezione per comunicare all’interno del partito. Perché è economico, è veloce, è asincrono (cioè non dovete essere là nel momento preciso in cui io vi scrivo – come accade ad esempio per una telefonata, o come accade in una chat line – e posso scrivervi in piena notte e voi mi leggerete l’indomani), non conosce confini geografici, e può svolgere la funzione di centro di organizzazione della comunicazione. Ecco se fossimo in un partito totalitario, questo lo farei, obbligherei tutti gli eletti e tutti i quadri del partito ad avere un computer con una connessione internet attiva con il vincolo di consultare la posta elettronica almeno una volta al giorno. Ora tornando al ragionamento della comunicazione via internet sapete che si distinguono due tipi di comunicazione, la comunicazione push (dall’inglese spingere) e la comunicazione pull (dall’inglese tirare).

La comunicazione di tipo push è la comunicazione tradizionale, quella che qualcuno spinge verso di me (un depliant che mi arriva a casa, un messaggio di posta elettronica che mi viene inviato, un sms che mi arriva sul telefono). La propaganda è tipicamente push. La comunicazione pull è quella per la quale sono io che cerco, sono le informazioni che mi servono e che io tiro verso di me (pull, appunto). Il push ha bisogno del potere, degli investimenti, per spingere il più possibile i messaggi verso un grande numero di persone, il pull ha bisogno invece del “sapere”. Occorre cioè sapere dove trovare le informazioni che servono. Ecco in questo il partito può e deve dare gli indirizzi e se volete cominciamo a farlo oggi stesso. Ma è chiaro che l’eletto, il quadro, il dirigente di partito deve andare a reperire quelle informazioni che ci sono e che gli servono.

Su questo aspetto, possiamo naturalmente migliorarci.

Costruiremo una banca dati attrezzata e aggiornata di tutti gli indirizzi e-mail di tutti gli eletti e di tutti i quadri, potremmo interagire in una logica sia push che pull. Segnalandovi e stimolandovi anche le cose più rilevanti dal punto di vista nazionale e locale. Questa tecnica pull può essere utilizzata anche a livello locale e regionale. A volte ci sentiamo dire dai consiglieri di circoscrizione che non sanno quello che fanno i consiglieri comunali; dai consiglieri comunali che non sanno quello che accade nell’assemblea elettiva della Provincia.

Ma anche qui in buona parte dei casi le informazioni ci sono: in molte realtà basta andarsele a cercare. Faccio l’esempio di Firenze: quando ho sentito affermare da un consigliere di circoscrizione che occorreva maggior raccordo con i consiglieri comunali, diceva una cosa vera, ma allo stesso tempo i consiglieri comunali gli hanno risposto che sul sito internet del Comune avrebbe potuto trovare tutte le informazioni sull’attività del gruppo. Questo può non essere così dappertutto. Me ne rendo conto. E in questo senso stiamo sviluppando un piccolo progetto, connesso alla riattivazione del sito del partito a livello regionale: un progetto semplicissimo che consiste in una bacheca elettronica, dove tutti i nostri eletti e quadri, appendano, con la semplicità con cui si può appendere un post-it e senza necessità di “mediazione” giornalistica o politica, le loro iniziative, i loro comunicati, le interrogazioni, ecc… Questo potrebbe innescare una serie di virtuose connessioni nel partito, fra gli eletti e fra partito ed eletti. Mi permetto di dire inoltre che sul fronte delle risorse informative, bisogna imparare anche ad utilizzare ciò che c’è. E non ho timore a dire – pur essendo in conflitto di interessi – che ci sono organi di stampa come “Il Giornale della Toscana” che dovrebbe essere la lettura quotidiana di ogni dirigente del partito od eletto.

Non solo e non tanto per l’ansia di trovarci il proprio comunicato o la proprio foto (la Toscana è grande e il Giornale della Toscana ha risorse e possibilità limitate), quanto per poter avere quotidianamente una chiave di lettura sul dibattito politico che è strumento per la lotta politica quotidiana. Sul Giornale della Toscana potete seguire la politica regionale (nel senso quella della principale assemblea elettiva della Toscana) e potete trovare sempre un nesso, un’analisi anche per quel che riguarda la politica nazionale. Così come esistono altri organi ed altre letture consigliabili sul piano della formazione e della informazione. Come ad esempio “Il Domenicale” che è strumento formidabile, in particolar modo per chi si occupa di cultura.

LA CAMPAGNA ELETTORALE

Prima della rivoluzione copernicana e dell’approvazione in un ramo del Parlamento della nuova legge elettorale, il partito – a livello nazionale – aveva predisposto un progetto. Ne avrete sentire parlare. Questo progetto si basava sulla riproposizione di un approccio territoriale per la campagna elettorale: il presupposto di questo progetto era che non si può fare, dopo cinque anni di governo, una campagna elettorale vecchia maniera, tutta improntata dall’alto verso il basso, dal nazionale al locale. Dovevano essere costituiti tanti comitati elettorali quanti sono i collegi elettorali camerali. Questi comitati dovevano servire a valorizzare l’entità collegio – che come ben sapete sfugge spesso alla logica dei confini comunali e spesso anche provinciali – al fine di svolgere un’azione capillare e costante sul territorio.

Ebbene con l’approvazione della nuova legge elettorale, o meglio, nonostante l’approvazione della nuova legge elettorale, che elimina in radice il concetto di collegio camerale o senatoriale (al posto dei singoli collegi, c’è la circoscrizione che, nel nostro caso, coincide con la Regione), il Presidente Berlusconi ha deciso di proseguire ugualmente nella strada dei Comitati elettorali di Collegio. Questo sta a significare la volontà del partito di perseguire il radicamento sul territorio. In questi giorni in ogni Regione d’Italia si stanno insediando i Presidenti dei Comitati elettorali permanenti, che sostituiscono pro-tempore la figura del Delegato di collegio.

Del Comitato elettorale fanno naturalmente parte di diritto tutti i membri del partito che risiedono od operano sul territorio di competenza del Collegio. Ma la finalità del Comitato elettorale – che non è legato a problematiche di tessere, correnti o congressi – è quello di allargare quanto più possibile il raggio d’azione e il coinvolgimento popolare. Il Comitato dovrà costituire il terminale territoriale del motore azzurro centrale (Berlusconi ha inaugurato mercoledì scorso la sede dell’Eur) e quindi dovrà mobilitarsi e organizzare le iniziative che vengono proposte dal centro. Ma dovrà essere anche propositivo, dovrà legare la proposta politica di Forza Italia ai temi locali, dovrà organizzare manifestazioni e iniziative a carattere locale.

Dovrà selezionare e individuare i rappresentanti di lista – che adesso si chiamano “difensori del voto”. Dovrà selezionare ed individuare un imprenditore di riferimento sul collegio.

Dovrà attivarsi per istituire nei quartieri, nelle strade, nei condomini i “Presidi della Libertà”. Il partito ha pensato e sta pensando anche alle risorse – umane ed economiche – da mettere a disposizione dei Comitati. Ma quello di cui ha naturalmente bisogno un progetto di questo genere è l’aiuto di tutti noi, dirigenti, eletti, simpatizzanti del Partito.

C’è la necessità di attivare quel circuito virtuoso che mette in comunicazione gli eletti con le strutture di partito territoriale e nazionale. C’è la necessità di abbandonare le polemiche interne al partito, per dedicarsi alla proposta politica di Forza Italia contro la sinistra per assicurare al Paese altri cinque anni di buon governo e portare a termine quello che abbiamo cominciato. Con Silvio Berlusconi Presidente. Massimo Parisi ha 37 anni è giornalista ed editore. E’ nato a Firenze dove vive e lavora. E’ stato fra i soci fondatori del network di settimanali di informazione locale denominati “Metropoli”, giornale di cui è stato anche Direttore Responsabile. Dal 1998 è amministratore della Società Toscana di Edizioni che edita Il Giornale della Toscana. Dal 2004 è responsabile regionale di Forza Italia per la Comunicazione e l’immagine.

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