In questo giorno 08 marzo 2011, il Ns. sito intende porgere il più grato e affettuoso omaggio a tutte le donne d’Italia e del mondo.di Giorgio Frabetti- Alle donne l’Italia è legata in modo specialissimo nella sua storia. Si deve infatti all’invenzione del suffragio femminile nel 1946 la leva decisiva per la stabilizzazione dell’Italia contro gli “opposti estremismi” nella Guerra Fredda. 

Ciò può sembrare paradossale rispetto a certa vulgata sessantottesca e radicale che vuole le donne italiane sempre e comunque schierate sul fronte “progressista”. Se, infatti, la rappresentanza femminile era certamente forte in un partito di democrazia progressiva come il PCI (complice l’UDI), è anche vero che la presenza femminile era ancora più forte nella vecchia DC, complice non solo il “doppio cattolico” del CIF (Centro Italiano Femminile), ma complice l’appartenenza tradizionale all’Azione Cattolica. Lungi dal generare facili narrative “vittimistiche” sulle donne, una cosa è certa: la donna, in Italia, specie nell’ultimo cinquantennio, è stata fondamentale vettore di socializzazione: non solo tramite l’associazionismo, ma anche tramite la famiglia, che, come attestano ricerche sociologiche di qualsiasi orientamento politico e culturale, costituisce ancora di fatto l’unica struttura di “socializzazione” e di “inserimento” per le nuove generazioni nel loro “debutto in società” (cosìcchè la famiglia fa da ufficio di collocamento, da Welfare State etc.).

In questo “familismo” sta indubbiamente il limite e il condizionamento che la donna italiana subisce ancora, nonostante tutto, pesantemente per affermare in Italia una vera e degna emancipazione: ovvero un’affermazione secondo i canoni della classica “meritocrazia”. Intendiamoci comunque sul “familismo”: io non intendo sposare la tesi estremistica di Benfield (anche se suggestiva) del “familismo amorale” (dove la famiglia è quasi etnograficamente nemica delle logiche del bene comune); con “familismo” intendo né più ne meno quanto limpidamente descritto nella Storia d’Italia- L’Italia contemporanea, La Società, Il Sistema Politico, l’Economia 12°volume, Edizioni Il Sole 24 Ore. In una società dove mancano (a differenza di molti altri Paesi) le “strutture” deputate a “creare legittimità sociale” attorno agli accessi al lavoro, alle carriere etc. (Scuola, Professioni, Partiti etc.), la famiglia mantiene un ruolo centrale di “mediazione”. Questo significa che per le donne (ma in misura non secondaria per gli uomini) è spesso ancora più facile migliorare il proprio censo “sposando bene”, piuttosto che dando solo prova di capacità professionali. Naturale, poi, che questa “destinazione familiare” della donna sia nel nostro paese ancora molto avvertita e sia alla base dei giustamente tanto denunciati problemi occupazionali delle donne (che tendono ad essere allontanate dai posti di lavoro, specie quando si inizia a parlare di figli e di maternità).

Il femminismo sessantottesco non ha per nulla contribuito a migliorare questa situazione, limitandosi a creare in non poche donne, in luogo di una maturata coscienza della propria dignità, una “spocchia sessista” che altro non è che maschilismo … rovesciato. Purtroppo, nel popolo femminile degli anni ’70 e ’80 (ma volendo anche oggi) ha sempre fatto più presa come arma di protesta la “soggezione sessuale all’uomo”, che, pur partendo da una giusta e comprensibile critica al “familismo italiano”, approdava a ridurre la “questione femminile” alla sola dimensione della “libertà sessuale”, senza modificare in alcun modo i termini e le storture del “familismo italiano”a favore della famiglia e delle pari opportunità.

Ci furono anni in cui divorziare e abortire erano titoli di merito (così come ostentare libertà sessuale); nient’altro che una visione sciocca e ideologica del problema femminile in Italia, teso a ridurre il “familismo” ad un mal posto problema di “patriarcato”, senza considerare che la complessità sociale e culturale del “modello familiare italiano” vede la donna contemporaneamente pedina e protagonista del sistema (anche per ragioni culturali derivanti dal radicamento nelle donne della tradizione cattolica: vedi massiccia adesione delle donne alla DC e alla Azione Cattolica). Sì se si volesse riassumere il senso di 40 anni di femminismo in Italia, si dovrebbe parlare di “grande incompiuta”. Purtroppo, un’altra triste incompiuta è stata la grande battaglia per le “pari opportunità”: oggetto di una doppia importante legge (la l. 903/1977 e la l. 125/1991) questa legge è servita per lo più a far prosperare burocrazie avvocatesche e sindacali, ma non ha generato una “Rivoluzione Liberale del merito”, la sola che potesse permettere al “problema femminile” di compiere il “salto di qualità”. Non è molto incoraggiante che in questa problematica del “merito” (nelle professioni, nella politica) le femministe si siano per lo più battute (o, per lo meno, fatte sentire) nelle ultime manifestazioni del 13 febbraio e nelle polemiche degli ultimi 2 anni su Noemi, d’Addario etc. (dopo che per anni avevano tenuto banco i “temi ideologici” come divorzio, aborto etc.). Come se questi problemi, come se il problema delle “donne che ricevono una spinta dal politico” fossero solo la Minetti etc., come se il “maschio profittatore” fosse solo Silvio Berlusconi. Come se il prodiano Del Bono a Bologna non fosse incappato nello stesso problema (senza contare il sommerso che in Italia si registra sull’argomento).

A me piacerebbe vedere le femministe scendere sempre in piazza per il “merito” e le “pari opportunità” violate tutti i giorni e non solo con Silvio al Governo. Ecco, quindi, l’auspicio migliore per questa festa della donna 2011: far uscire la “questione femminile” dalla risacca della “doppia morale” e dell’ideologia, per fare delle donne la vera avanguardia di quella Rivoluzione Liberale di cui l’Italia ha tanto urgente bisogno.

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