Specie a seguito delle polemiche tra Fini e Berlusconi alla Direzione PDL del 22 Aprile, sembra proprio che il “federalismo fiscale”, approvato in Parlamento l’anno passato con la discussa astensione del PD e la “non ostilità” di Di Pietro, stia diventando il “pomo della discordia” interna al centro-destra tra chi accusa la Lega (storica promotrice del decentramento fiscale) di ambizioni secessioniste e chi accusa gli ex- AN di appoggiare le ragioni “parassitarie” ed “assistenziali” di “Roma ladrona”e del centralismo. Certo, non è fausta la coincidenza in cui cade la discussione (e ormai il varo dei primi “decreti delegati”) del federalismo fiscale: la crisi greca; come negli anni ’90 la discussione coincise con la crisi dell’Italia sull’orlo della bancarotta alla vigilia del varo della moneta unica UE. La storia che si ripete?

Non solo: tutto questo è il segno che il federalismo fiscale è un tema obbligato e al passo con l’attualità sociale e istituzionale dell’epoca della globalizzazione, quando lo Stato Centrale (cui è essenziale il centralismo fiscale) con il passare del tempo si è trovato più in difficoltà a intercettare la ricchezza (resasi liquida e quasi inafferrabile) e a trasformarla in “capitale politico” in servizi, politiche di qualità per lo Stato e i cittadini.

Perché proprio qui, (e qui sta il segreto del “federalismo fiscale”, leggere l’omonimo libro di Tremonti del 1994 per credere!), in questa circolarità tra ricchezza e politica risiede la scommessa politica epocale del federalismo fiscale, ovvero un progresso nel modo di intendere il rapporto Stato/Economia: non ci si illude più che lo Stato “programmi l’economia” (illusione social-comumista); si pretende, però, di rendere trasparente al pubblico la “scatola nera” che trasforma l’input, la ricchezza dai privati nell’output dei servizi pubblici, opere pubbliche, sussidi etc., in una parola la “spesa pubblica”. Il federalismo fiscale, in altre parole, come insegna Tremonti, conosce tre leggi fondamentali: “vedo, voto, pago”; si tratta di un enorme passo avanti sulla via della democrazia, perché obbliga i politici, che intendono realizzare un programma a chiedere il consenso non solo sul piano delle idee e dei programmi astratti, ma anche in relazione alle risorse da impiegare.

E’ comunque, in errore, chi crede che, con il federalismo fiscale il ruolo dello Stato venga sminuito per “scaricare” su agenzie locali (e in prospettiva private) funzioni pubbliche in settori e servizi vitali per la vita locale (come i servizi idrici, la sanità, l’assistenza etc.); il “federalismo” fiscale, invece, segna solo l’abbandono della logica centralista, che ha caratterizzato le politiche fiscali e pubbliche dagli anni dell’Unità d’Italia in poi, per un peculiare processo storico correlato strettamente all’esigenza di unificare un Paese e plasmarne le macroscopiche diversità linguistiche, culturali, sociali, sedimentatesi nei secoli precedenti; non può al riguardo sottacersi che la prassi “clientelare” di gestire i voti e il potere sorta in Italia con il termine spregiativo di “trasformismo” fosse in realtà un “federalismo fiscale” ante litteram, perché, nell’impossibilità di adottare un compiuto sistema di autonomie regionali dopo l’Unità d’Italia, operò certo come utile correttivo ad un centralismo che, al primo impatto e per i pesanti oneri che imponeva alle popolazioni in termini di tasse e coscrizione obbligatoria, determinò, immediatamente dopo l’Unità, gravi spinte disgregatrici e centrifughe (come il brigantaggio nei primi anni ‘60 dell’800, come le rivolte anarchiche ispirate da Bakunin nelle Romagne tra il 1871-73).

Non a caso, un grande filosofo liberale come Benedetto Croce spese parole comprensive e non a priori malevoli sul “trasformismo” (si legga l’Intervista sulla Destra di Prezzolini/Quarantotto): per quanto certamente non fosse precisamente ortodosso con una prassi di liberalismo classico, il “sistema trasformista” (almeno per il Sud) funzionò come una “stanza di compensazione” tra centro e periferia, contro le spinte disgregatrici che provenivano dal tessuto sociale sedimentatosi nella penisola fin dal Medioevo (un insieme variegato di Stati in cui il campanilismo e il frazionismo erano forti rispetto ad una sterile identità italiana).

Una prassi politico-amministrativa dalla quale, del resto, non si distaccò nemmeno una forza nazionalista quale il fascismo (ricordiamo l’ampio potere di cui i Direttori Generali e i Podestà godettero durante il regime fascista) e nemmeno i partiti del secondo dopoguerra, ma che ha fatto pagare al Sud un prezzo troppo forte in termini di dipendenza, di assistenzialismo, di anomia e passività economica; sulla quale oggi sono prosperati corruzione, mafia, camorra etc. Un pesante handicapp per il Sud, il quale, sottomesso, inibito, passivizzato nel rapporto con lo Stato, è stato via via depauperato nelle sue tradizione socio-culturali, senza riuscire ad esprimere nemmeno a livello locale le sue originarie “vocazioni politiche” (Nitti).

Di qui, le principali critiche al federalismo: se, infatti, è vero che il “federalismo fiscale” presuppone un forte investimento politico nell’autogoverno delle realtà locali (in una fase nevralgica come l’allocazione fiscale), pare allora ad alcuni contraddittorio (oltrechè poco efficiente quanto a risultati) pretendere un così elevato livello di autogoverno delle Regioni in un Paese (come l’Italia) senza tener conto delle forti discrepanze regionali a livello economico, sociale, nel livello di “auto-organizzazione” politico-amministrativa e nell’allocazione del gettito fiscale (l’evasione fiscale nel Sud diventa anche il prezzo che lo Stato paga per alleggerire le gravi condizioni economiche indotte dalla presenza della criminalità organizzata); parrebbe, quindi, che a poco serva l’autogoverno fiscale delle Regioni, se non ad incrementare le divisioni e il divario economico tra Nord e Sud, e a rendere schizofrenica l’azione amministrativa dello Stato, che al Sud non potrebbe che essere paralizzata e bloccata dall’assenza di risorse (stante l’attuale gettito di “tributi propri” e di redditi disponibili per la diffusa disoccupazione): a meno di non ammettere per il Sud uno stato di permanente commissariamento! Ora, a questo riguardo dobbiamo precisare che il “federalismo fiscale”, nell’ammettere il decentramento della spesa e della tassazione, a carico degli Enti Locali, incrementa oggettivamente la responsabilità degli amministratori pubblici (e delle Comunità), togliendo l’alibi dell’ “è colpa di Roma!”, grande alibi sia dei “piagnistei” del Sud (pronto a piangere miseria anche con la Cassa del Mezzogiorno …), ma anche grande alibi leghista (”Roma ladrona”!).

A questo punto, però, deve essere a tutti chiaro che il “federalismo fiscale”, lungi dall’essere un mero congegno di deregulation fiscale e amministrativa: è viceversa l’occasione per una vera (e forse l’unica) riforma della rappresentanza politica.

Abituando, cioè, i politici “fin da piccoli”, fin negli incarichi locali, ad operare con la logica del “vedo, voto, pago”, ovvero abituandoli a “fare promesse” ma con il vincolo di designare le risorse per mantenere queste, il “federalismo fiscale” diventa una palestra molto utile di allenamento a quella “logica deliberativa” della politica che oggi in Italia manca tanto: il che obiettivamente favorisce la selezione (in meglio) delle èlites politiche di governo, anche per … Roma! Per questo, adottando il federalismo fiscale, l’Italia si dedica ad un investimento a lungo termine, che non diminuisce il compito della politica, ma anzi lo incrementa caricandola di significati più nuovi e penetranti a tutti i livelli (locale e centrale): un investimento, quindi, che necessita di “capitale umano”, ovvero di politici e amministratori capaci di non limitarsi alla semplice sfera amministrativa della riforma federale (che è quella che più di tutti emerge). Ora, è a tutti evidente che chi può trarre maggiore giovamento da questa “riforma della rappresentanza politica” è soprattutto il Sud, il quale, ha massimo bisogno di essere appoggiato, nelle sue croniche difficoltà, da uno Stato che esprime una classe dirigente dotata del consenso necessario per interventi forti e radicali nell’economia, nell’amministrazione, nei servizi, contro la criminalità. Ecco, quindi, che il “federalismo fiscale” diventa la cornice propizia per una stagione di riunificazione o meglio di rifondazione nazionale sulla base di un nuovo patto costituzionale tra territori e tra forze politiche.

La “rivoluzione federalista” segna una netta evoluzione verso un nuovo modello “comunitario” della politica, dove le pulsioni delle Regioni (specie del Nord e del Sud) potrebbero esprimersi in un quadro armonico e bilanciato senza la “camicia di forza” del centralismo di matrice sabauda, cattolica, fascista o social-comunista. E’ prevedibile, tra l’altro, che, con l’attuazione del federalismo la forza politica della Lega potrebbe anche attenuarsi e perdere di ragione storica. A questo punto, il “federalismo fiscale” diverrebbe la “grande occasione” perché una destra comunitaria possa ritrovare in Italia un ampio consenso da Nord a Sud; diversamente, all’interno delle forze moderate assisteremo sempre a frizioni, continue divisioni e incomprensioni che rischiano di lasciare il Paese, dopo la fine del mandato di Berlusconi, a governi che ricordano troppo quelli della I° Repubblica, completamente inadatti alla mutevole e complessa realtà odierna e incapaci di trasmettere quella fiducia nelle istituzioni che solo una “rivoluzione” come quella federalista può apportare nel popolo italiano, unito indissolubilmente da Nord a Sud.

Articoli correlati

Politica

Forza Italia: storia di un partito paradossale

Quando Forza Italia è nata, e ciò è accaduto nel momento in cui il presidente Berlusconi ha fatto recapitare un messaggio pre-registrato alle televisioni nazionali – capite bene di quale singolare atto di nascita di Leggi tutto…

Politica

Ogni era politica ha il suo stile di comunicazione

Vorrei condividere con tutti voi alcune considerazioni sui motivi per cui una persona viene eletta e dura nel tempo. Credo sia un argomento importante per tutti noi; penso che si tratti di una sorta di “alfabetizzazione Leggi tutto…

Politica

Digital Divide: Il Ministro e la Rivoluzione della Rete

La discussione da ultimo insorta sulla cd norma anti-Blog patrocinata dal Ministro della Giustizia Severino (obbligo di rettifica entro 48 ore, pena una sanzione di almeno E. 12.000) avanti il Convegno “Etica e Giornalismo” del Leggi tutto…