Io, cattolico credente, praticante, una vita ormai in Parrocchia e nell’Azione Cattolica, rompo il silenzio e dico “basta” alla campagna di Tempi e altre sezioni (maggioritarie) del mondo cattolico contro la recente riforma del cd “divorzio breve”. Personalmente, sono contrario al divorzio, ma sono ancora più contrario al grottesco e al ridicolo.

D’accordo, con l’introduzione del divorzio si è creata una “rottura” tra legislazione ecclesiastica e legislazione civile; dal 1970, il tema del divorzio è divenuto un tema di frontiera di kulturkampf (battaglia culturale) e si farebbe bene a comprendere la valenza non-confessionale che ebbe, a cavallo del referendum abrogativo del 1974, il fronte anti-divorzista che non coinvolse solo baciapile come Scalfaro e La Pira, ma anche socialiste di vecchia data come l’ex Senatrice Lina Merlin. Sinceramente, cosa cambia (anche a beneficio della stabilità del matrimonio) se il divorzio può essere pronunciato dopo cinque, sei oppure un anno? Faccio presente che sul punto la legge 898/1970 fu già ritoccata nel 1978, con riduzione dei tempi, senza che si sollevasse alcun polverone.

E poi, a cosa serve erigere una barriera di “ordine pubblico” contro il cd “divorzio consensuale” (come fatto da alcune sentenze che hanno negato riconoscimento al divorzio contratto con questa formula all’estero), quando questo è stato praticamente riconosciuto dallo Stato nel 1987? Un’ipocrisia solo che si pensi che fin dal 1970, il divorzio è subordinato ad un tempo di separazione: visto che queste sono per lo più consensuali … per facile proprietà transitiva lo diventa anche il divorzio!

No, non chiamiamo in ballo a sproposito i ”valori non negoziabili” della morale cattolica. D’accordo, la morale cattolica è stata lesa dalla disciplina del divorzio, ma nulla si aggiunge e nulla si toglie al vulnus mutandone la procedura: sia che ne ne faciliti l’accesso, sia che lo si ostacoli. Evitiamo comunque il ridicolo: forse che la dottrina sociale della Chiesa impone a due coniugi che intendano divorziare di aspettare una vita per attendere una sentenza di divorzio? O forse per i divorziati non deve valere il “giusto processo” (per altro invocato con enfasi dai cattolici PDL con riguardo alle disgrazie giudiziarie del leader Berlusconi)? Un pò pelosa questa versione della dottrina sociale, che guarda caso fa la gioia del Legale: si sa “causa che pende, causa che rende…”. Io non vado oltre, è evidente che in questa battaglia i “valori non negoziabili” della Chiesa non c’azzeccano nulla!

E’ evidente che questa battaglia dà fastidio agli Avvocati, che si vedono ridotti onorari e parcelle a seguito dall’abbreviazione della procedura di divorzio, come acutamente evidenziano Morello e Tecce nel libro Contro i Notai (Ponte delle Grazie, 2011). Così fu nel 2003, così fu nel 2010, quando il Ministro Alfano cercò di proporre l’affidamento ai Notai del “divorzio breve”: si sa, la “casta” val bene una Messa. Personalmente dico, finiamola con le finte dispute di coscienza e andiamo alla sostanza dei problemi: che per l’Italia significa processi troppo lunghi, significa giustizia inefficiente e troppo costosa. Ben venga, quindi, il “divorzio breve” se contribuisce a deflazionare anche una piccola parte del lavoro della Giustizia: con buona pace dei cattolici.

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