In molti sanno che  l’11 febbraio 1929, nel palazzo apostolico lateranense il cardinale Gasparri e Mussolini posero fine al contrasto tra il Vaticano e l’Italia (contrasto nato nel 1870 con la breccia di Porta Pia), firmando nel corso di una solenne cerimonia i relativi protocolli.

Pochi sanno invece che l’ufficialità dei patti si ebbe il 7 Giugno 1929 con lo scambio delle ratifiche, avvenuto dopo la discussione alla Camera e al Senato e il susseguente voto di fiducia. Ottanta anni ci dividono da questa grande pagina di storia. Grande evento sotto molteplici punti di vista e dagli innumerevoli significati politici, storici e religiosi. Non mi pare questa la sede adatta ad analizzare tutti gli aspetti del Concordato. Ad esempio mi sembra poco utile soffermarsi su ciò che rappresentò il Concordato per Mussolini e quali erano gli effetti che esso avrebbe dovuto avere (ed in gran parte ebbe) sul fascismo, sul regime e all’estero.

Ciò attiene alla storia del fascismo e più precisamente alla politica di Mussolini e perciò in questa sede ci interessa relativamente. Così come ci interessa relativamente l’accordo economico, territoriale, giuridico e i vari vantaggi religiosi e morali ottenuti dalla Santa Sede con la Conciliazione. Ciò riguarda i “tempi brevi” del Concordato (aspetti comunque importantissimi).

Credo invece sia fondamentale capire uno dei tanti aspetti, spesso trascurato, che la Conciliazione nascondeva.Scrive a tal proposito de Felice: “Nella prospettiva dei tempi lunghi si può dire che con la conciliazione la santa Sede avallò autorevolmente il regime mussoliniano e contribuì a rafforzarlo. Se ciò è indubbiamente vero, è però da tenere presente anche un altro aspetto del problema.

Non fu attraverso la Conciliazione che la Santa Sede riuscì, invece, da un lato, ad assicurarsi la salvaguardia di quei canali e di quelle organizzazioni per mezzo dei quali poté garantirsi la possibilità di formare quella classe dirigente che, caduto il fascismo, sarebbe riuscita a raccogliere nelle proprie mani il potere, e, da un altro lato, a rendere possibile quell’effettivo inserimento dei cattolici nella vita del paese che si verificò appunto dopo il ‘29 e che rese, a sua volta, possibile quel dialogo, quella collaborazione tra cattolici e fascisti moderati, che sviluppatosi soprattutto sullo scorcio degli anni trenta e nei primissimi degli anni quaranta, furono la premessa della non ricostituzione, dopo la caduta del fascismo, di un forte centro-destra laico e probabilmente addirittura anticlericale?”Riprendendo il discorso di De Felice è da ricordare infatti come la destra storica che aveva governato l’Italia fino al 1874 fosse laica (Cavour), così come gran parte dei nazionalisti, la destra liberale di Salandra e il fascismo del 1919. Il PNF a partire dal 1922 e soprattutto dal 1924 quando entrarono a farne parte gran parte degli ex popolari (ricordiamo lo scioglimento del PPI che si divise in tre parti: una buona parte appoggiò Mussolini, l’altra di centro capeggiata da De Gasperi assunse posizioni critiche verso “il duce” e la parte “migliolina” di sinistra appoggiò i socialisti) era solo in parte cattolico.

Più precisamente la parte moderata del fascismo era filo-clericale, mentre gli intransigenti erano perlopiù anticlericali….. “.Se è vero che la Storia insegna qualcosa solo a chi ne conserva la memoria, ci accorgiamo che oggi ci sono più anticlericali che filo-clericali in entrambi i principali schieramenti politici. Se prevarrà il voto utile, come ci auguriamo, si potrebbe finalmente realizzare il progetto cavouriano di una libera Chiesa in un libero Stato. In salsa leghista però: ciascuno padrone in casa propria, senza tanti patti. E non sappiamo chi ci rimetterebbe.

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