Difficilmente si ha la fortuna di leggere un articolo e trovare espresse in esso tutta una serie di considerazioni che, se vogliamo, condensano in pochi ed efficaci concetti la realtà politica e storica dell’Italia. L’intervista rilasciata a “Il Giornale” da Piero Ostellino ha questo pregio; non solo, ma ci troviamo concordi con la gran parte dei giudizi espressi sui pregi e i difetti dell’Italia e della classe dirigente politica che la rappresenta. 

Giudizi e concetti, che spesso sono stati messi in luce in diversi  articoli pubblicati su questo newsmagazine. Soprattutto il deficit di una cultura liberale in Italia,  che noi abbiamo ampiamente denunciato, crediamo sia il punto focale e se vogliamo il grande limite per la modernizzazione del Paese. Una nazione quella italiana in cui è stato troppo forte l’influenza di partiti di massa come quelli popolare, fascista, socialista e infine (ma non da ultimo) comunista (e francamente anche da questo punto di vista abbiamo cercato di spiegare le ragioni per cui questi partiti di massa abbiano riscosso così tanto consenso) , affinchè la cultura liberale potesse davvero avere la meglio. Alcuni flebili tentativi di una rivoluzione liberale sono stati proposti da Berlusconi e dal centrodestra; a dire il vero solo piccoli passi sono stati compiuti in questa direzione.

Troppe resistenze da parte della sinistra, ma anche all’interno del centrodestra non hanno permesso una autentica rivoluzione liberale. Dovremo continuare in futuro a ripercorrere con maggiore successo questa strada. Piero Ostellino è molte cose. Un giornalista, un politologo, un ex direttore del Corriere della Sera , un club del quale pochi possono vantarsi di fare parte, e soprattutto un liberale. Circolo – se possibile – ancora più ristretto.

Un «liberale scomodo», come si è definito una volta. «Ormai, più che altro, un vecchio liberale». Cosa significa essere liberali? «Essere minoritari in un Paese totalmente privo di cultura liberale, e quindi essere picchiato sia da destra che da sinistra». Lei è di destra o di sinistra? «Sono “altrove”, cioè dalla parte del cittadino. Una categoria di solito dimenticata dalla politica e dal giornalismo». Perché dimenticata? «Perché in tutti i discorsi dei politici e in tutte le pagine dei giornali non c’è mai posto per la più importante delle domande: “ Ma a me cittadino, da tutto questo cosa ne viene?”. Vale a dire: dopo tutti gli accordi, le divisioni, i provvedimenti bocciati o le leggi approvate, quanto aumentano e quanto diminuiscono la libertà e il benessere del cittadino elettore? Domandarselo significa essere dei liberali».

Questo governo se l’è domandato? Cosa ha fatto e cosa non ha fatto di liberale? «Ha fatto diverse cose che si proponeva di fare, soprattutto la riforma Gelmini, contro la quale incredibilmente i giovani, probabilmente senza neppure sa­pere perché, stanno protestando: se c’è una riforma meritocratica, che limita il potere dei baroni a favore di chi studia, questa è proprio la riforma Gelmini. Certo, è perfettibile. Ma poiché la società perfetta non esiste, se non nella mente degli utopisti, dobbiamo accontentarci». E cosa non ha fatto invece Berlusconi? «Nel 1994 promise di fare due cose fondamentali per rilanciare l’Italia: una radicale riforma della pubblica amministrazione, tagliando la spesa pubblica; e un ridimensionamento della pressione fiscale. Ciò avrebbe si­gnificato ripresa economica e miglioramento della vita sociale.

E questo non è stato realizzato». Per colpa di chi? «Da una parte per un’opposizione interna al centrodestra, e con questo non intendo solo Fini o Casini, ma anche qualcuno dentro Forza Italia… E forse persino lo stesso Berlusconi non ci ha creduto fino in fondo…E dall’altra, ovviamente,per l’opposizione della vera forza conservatrice di questo Paese». La sinistra. «La sinistra. Che non a caso come slogan del proprio conservatorismo ha scelto “Giù le mani dalla Costituzione!”. Ma se esiste una Costituzione vecchia e anacronistica è proprio la nostra, il risultato di un compromesso tra il cattolicesimo dossettiano e il comunismo di stampo sovietico.

Una Costituzione che è tutto tranne che liberale, un misto tra collettivismo comunista e corporativismo fascista. Da cui discende la natura della nostra politica che da sempre, invece che dirigere il Paese, pensa a difendere gli interessi di un gruppo piuttosto che un altro e a mediare tra i diversi interessi». Lei ha detto che la colpa è anche di qualcuno dentro il partito del premier. «Sono i democristiani confluiti in Forza Italia che si portano appresso il vecchio vizio della Dc di voler accontentare tutti. Correnti, “colori” e fazioni sono l’espressione più evidente delle corporazioni in cui è divisa la società. Fino a quando questa tendenza sopravvive, Berlusconi non potrà realizzare i suoi obiettivi». A proposito di Berlusconi, è vivo o morto? «Visto come è andata alla Camera la scorsa settimana direi proprio che è vivo. Ammazzarlo credo sia difficile. Certo però che è ferito. L’implosione del centrodestra, con l’uscita di Fini, lo ha politicamente azzoppato. Gli rimane ancora una grande attrazione elettorale, ma ha perso in parte la forza governativa. Ma in fondo questa è sempre stata la sua natura». E qual è la sua natura? «Gli antiberlusconiani lo dipingono come un autocrate, un dittatore, ma in realtà lui è un monopolista. La sua natura di uomo di affari prevale sulla sua posizione politica. È il migliore nel raccogliere il voto della gente comune, cioè dei moderati.

Ma una volta vinte le elezioni si convince che la cosa più importante l’ha già fatta, quando invece deve iniziare a governare. Che significa anche dialogare con i suoi collaboratori, i quali spesso non hanno però il coraggio di dirgli “Non sono d’accordo”… Già di suo, poi, Berlusconi è convinto che ascoltare gli altri sia una perditadi tempo. E questo vale anche verso le forze dell’opposizione. Invece, non dico con Repubblica , ma almeno con Bersani potrebbe parlare… Male non gli farebbe». I ministri migliori di questo governo? «Non mi piacciono i giochetti migliore-peggiore». Mettiamola così: quelli che l’hanno più soddisfatta. «Tremonti, per aver cercato di tenere i conti in ordine. È grazie a lui che non abbiamo fatto la fine della Grecia: quando Berlusconi si ritirerà potrebbe essere lui il nostro Sarkozy, a patto che l’anima socialista lasci posto a quella liberale. Sacconi, un ex socialista di grande buonsenso, an­che se sembra quasi un democri­stiano.

Gelmini, per il tentativo di modernizzare l’università. Maroni, un grande ministro degli Interni per la moderazione con la quale parla e si muove. E Frattini, il miglior ministro degli Esteri possibile in un governo che ha come premier un monopolista come Berlusconi che fa già lui il ministro degli Esteri». Quelli che l’hanno soddisfatta di meno? «Tutti gli altri. Figure abbastanza grigie». E Fini? «Un altro prodotto del monopolismo berlusconiano. Era un oppositore interno petulante e ondivago. Ma con l’espulsione dal partito, perché di fatto è stata un’espulsione, Berlusconi lo ha fatto diventare un caso istituzionale. Mi chiedo: ma era così difficile sopportarsi? Detto questo, Fini è diventato incompatibile con la carica che ricopre non per l’appartamento di Montecarlo ma perché da presidente della Camera ha creato un partito. Non si tratta di un problema morale, ma istituzionale». Ma è un traditore? «No, il tradimento non è una categoria politica».

E dal punto di vista politico, cos’è Fini? «Una figura molto modesta. Non è certo l’alfiere di una destra liberale e moderna che qualcuno vuole farci credere che sia». La Lega? «Partita bene, con una vocazione rivoluzionaria riassunta nel grido grezzo ma efficace “Roma ladrona” contro sprechi, favoritismi e assistenzialismo, però poi trasformatasi in una sorta di Democrazia cristiana locale, troppo attenta alle parentele e agli interessi “particolari” che le impediscono di diventare una vera forza nazionale. Insomma, mi sembra un po’ indebolita». E la sinistra come sta? È viva o morta? «Definitivamente defunta. E lo dico con rammarico, perché avremmo davvero bisogno di una opposizione seria e riformista. Questa sinistra invece difende gli occupati e non i giovani che cercano lavoro, i baroni e non gli studenti… è una sinistra post-comunista che ha perso il miraggio della rivoluzione e non sa dove guardare. Non ha più un riferimento». E la nuova sinistra? Vendola e Renzi? «Vendola mi fa tenerezza, mi sembra un Pasolini che non scrive poesie, uno che fa discorsi da vecchio comunista condendoli con una retorica giovanilistica.

Renzi è un rottamatore dentro una sinistra già rottamata, un toscano più incline allo sberleffo che alla retorica. Funzionano bene a livello locale, ma nessuno dei due ha la statura del leader nazionale». Saviano, il «papa nero»? «Mi fa pena, nel senso cristia­no di pietas: ha scritto un libro di successo, la sinistra intellettuale lo ha usato per fargli dire di tutto e appena ha scritto una lettera agli studenti prendendo le distanze dalla protesta di piazza lo ha scaricato. Una vergogna». Perché gli intellettuali di sinistra non hanno mai sopportato Berlusconi e il berlusconismo? «Perché, a differenza dell’intellettuale liberale che diffida del potere, quello di sinistra ne è affascinato. Adora il potere. E Berlusconi ogni volta che vince le elezioni glielo toglie». Alle prossime elezioni cosa voterà? «Non voto più da 30 anni. Tornerò a farlo solo quando verrà ri­formato questo Stato fortemente illiberale». E canaglia. «E canaglia, sì. Perché uno Sta­to che truccai semafori per guadagnare sulle multe e mette le telecamere nascoste per vedere chi attraversa la frontiera con la Svizzera, come se fossimo tutti evasori fiscali, è uno Stato cana­glia. Indipendentemente da chi lo governa».

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