Giustamente ripristinata come festa nazionale all’inizio degli anni 2000, la ricorrenza del 02 giugno, memoria del referendum istituzionale del 1946 (che ha deliberato la forma di stato repubblicano attualmente in vigore in Italia), è una data cruciale per la storia nazionale.

Aldilà del fatto che le consultazioni del 02 giugno 1946 (abbinate alle elezioni per l’Assemblea Costituente) furono le prime veramente libere dopo 20 anni di fascismo, è utile ricordare che in quel giorno si determinò un salto qualitativo essenziale per la storia costituzionale italiana: dopo quasi 100 anni di storia costituzionale (dal 1848 data dell’emanazione dello Statuto Albertino), l’Italia divenne una compiuta democrazia; da una Costituzione “addomesticata” (per usare una parole di Jurgen Habermas) come quella Albertina (in cui il Re, assoluto, autolimitava il proprio potere senza, però, perderlo, riservandose un uso tutt’altro che marginale come avvenne nelle “radiose giornate di maggio” e il 25 luglio 1943) l’Italia passò ad un regime di Costituzione “rigida”, destinata ad avvolgere in una rete fittissima e strettissima i poteri dello Stato “giuridicizzandone l’esercizio fin nei recessi più intimi” (Habermas vedi Scienza e Fede, Laterza, 2005).

Dal punto di vista storico, il percorso politico che porta al 02 giugno fu determinato da un forte investimento dei Padri Costituenti nelle ragioni della “sovranità popolare” e nella “democrazia deliberativa”: finito, cioè, il fascismo, con  la tragica alleanza con la Germania, con la susseguente sconfitta militare e con lo sbando dell’esercito italiano l’08 settembre 1943 (in cui molta fu la responsabilità della Corona), fu chiaro che la Monarchia non avrebbe potuto giocare nel II Dopoguerra quel ruolo di riferimento tradizionale e di orientamento per l’Unità Nazionale che pure aveva svolto ai tempi di Caporetto e all’indomani della fine della Grande Guerra, ai tempi del fascismo.

I partiti del CLN (e dei successivi Governi Bonomi, Parri, De Gasperi etc.) compresero ben presto che la ricostruzione della legittimità dello Stato, non potendo più risorgere “dall’alto” del riferimento all’istituto monarchico, non avrebbe potuto che nascere dal “basso”, ovvero da una “investitura democratica forte”, da una riaffermazione forte della sovranità popolare e dello Stato di diritto. Stato di diritto, le cui ragioni furono affermate stabilendo (in discontinuità con i criteri gerarchici e monarchici vigenti nel passato) la precedenza della Costituzione sullo Stato e sulle leggi. Per questo motivo, in quella circostanza, gli italiani non furono solo chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica, ma anche ad esprimere un “potere costituente”: in questa chiave fu celebrato il referendum istituzionale.

Dal referendum, infatti, non sarebbe nata solo una nuova forma di Stato, ove fosse stata scelta dagli elettori (come poi fu) la Repubblica; anche ove fosse stata confermata la Monarchia, essa non sarebbe potuta più essere quella di prima, una monarchia semi-costituzionale e assoluta per le evenienze, ma una Monarchia interamente costituzionale e del tutto limitata nei poteri e prerogative. Cosa ha lasciato ai posteri questa esperienza costituente? A 64 anni di distanza, la Costituzione italiana, nata con l’intento di “giuridicizzare” l’esercizio del potere politico, ha rivelato un eccessivo sbilanciamento dell’asse istituzionale a vantaggio delle funzioni “orizzontali” della giurisdizione (Corte Costituzionale in primis) sugli organi di pretta responsabilità politica, Parlamento ed Esecutivo (nonostante  negli ultimi 20 anni con l’investitura semi-diretta del premier l’Italia si sia evoluta in un “sistema presidenziale di fatto”).

In particolare, questo sbilanciamento, nei giorni nostri, è palpabile nel contrasto sussistente tra la forte personalizzazione del premierato (oggi espressa da Silvio Berlusconi) e la contemporanea forte affermazione  all’interno della Corte Costituzionale (il primo essenziale organo di controllo del legislatore come “giudice delle leggi”) delle frazioni decisamente più oltranziste della dottrina costituzionalistica italiana, propense a valorizzare il ruolo attivo e creativo della giurisprudenza costituzionale in aperta concorrenza con la politica (vedi “giurisprudenza costituzionale attiva” di Elia & co. v. L’Occidentale del 25/09/2009); un’azione, quest’ultima, che negli ultimi anni ha generato orientamenti giudiziali fortemente restrittivi nel campo delle riforme processuali penali, nel campo delle riforme istituzionali e nel campo lavoristico (vedi polemiche recenti sul “collegato lavoro”).

Senza disconoscere il ruolo della Corte Costituzionale nella modernizzazione della legislazione italiana (dalla riforma dello Statuto dei Lavoratori, del diritto di famiglia), un dato deve restare fermo: questa teoria della giurisdizione costituzionale esprime un senso “elitistico” delle istituzioni repubblicane che non è ortodosso allo spirito profondo della Costituzione, fondata pur sempre sul primato della “sovranità popolare” .

Innanzitutto, ci sono motivi tecnici per cui la giurisprudenza non può sostituirsi al legislatore: la Magistratura  non è, infatti, capace istituzionalmente di offrire le certezze che offre (almeno di massima) la legge parlamentare; si può confidare in un ruolo creativo della giurisprudenza, solo in presenza di contesti sociali fortemente stabili quanto a valori e riferimenti tradizionali, ovvero in casi eccezionali di svolte sociali e di costume (come negli anni ’60-’70), ma di cui si possa prevedere la stabilizzazione a lungo termine. Ma il governo della globalizzazione (di una società in continuo mutamento e trasformazione) richiede uno stile decisionale rapido, efficace ed adattabile ai mutamenti e non può confidare nei “tempi lunghi” della giurisprudenza: uno stile che può provenire da un Esecutivo capace di operare con l’efficacia e la tempistività di un “amministratore delegato” dei cittadini.

La stessa storia è lì a dimostrare (vedi Luca Baccelli insegna in Critica del Repubblicanesimo Laterza, 2003) che, lasciato il governo della società in mano ai giudici, non possono che prevalere deteriori istanze di conservazione ed immobilismo: l’analogo di questa situazione lo si ritrova  nell’ultima fase dell’epoca repubblicana a Roma (es. sul “collegato lavoro” si sono riversate istanze del mondo sindacale più conservatore, per la grande ed innovativa apertura sull’arbitrato nelle controversie di lavoro). Viceversa, la Costituzione del 1948 non nacque da alchimie tecnico-giuridiche; nacque da uno sforzo di unità e comprensione leale tra forze politiche un tempo acerrime nemiche (Cattolici, Liberali e Comunisti), che, sedutesi ad un tavolo, riuscirono a dimostrare come, aldilà ed oltre ai settarismi, potesse  nascere un frutto di politica illuminata e di avanguardia.

Questo è il vero lascito, il vero insegnamento che i Padri Costituenti ci hanno lasciato: un esempio pieno e compiuto di “democrazia aperta e deliberativa”. Come fare in modo, però, che l’esercizio di “sovranità popolare” resti al livello alto di democrazia dei Padri Costituenti e non degeneri in “politica plebiscitaria” (complice anche l’uso fazioso e parziale dei mezzi di informazione)? Certamente, non è semplice trovare una quadratura adeguata, ma personalmente credo che un lume possa venire, oltrechè dall’esempio dei Padri Costituenti, anche dalla originale e creativa teoria del costituzionalismo data da Habermas.

Nel solco del grande filosofo tedesco, cioè, è  possibile intendere il “costituzionalismo” non come fredda applicazione di norme giuridiche di rango costituzionale ma come metodo politico aperto e creativo (“repubblicanesimo kantiano”) capace di trasformare l’input delle istanze della società civile nell’output della legislazione: un processo, quest’ultimo, che la parte più oltranzista del costituzionalismo attuale tende ad eludere (confidando nel ruolo politico “onnivoro” della Corte Costituzionale), ma che di fatto è essenziale per legittimare la politica come sede di composizione armonica e “razionale” dei conflitti di idee e di interesse della società; e che attesta il primato essenziale ed insostituibile decisionale della politica . I “fondamentalisti costituzionali”, in altre parole, dimenticano che la “razionalità” e l’armonia delle decisioni politico-legislative è giustificata (parole di Habermas) non tanto quando sia rispettata la stretta conformità delle leggi  a canoni di stretto diritto costituzionale, ma soprattutto ove siano rispettate “le condizioni di una formazione inclusiva o discorsiva dell’opinione e della volontà” in sede di deliberazione politico-legislativa (di cui i Padri Costituenti diedero esempio preclaro).

Questa è vera “democrazia deliberativa”, secondo Habermas. Va certo dato atto che, pressato dalle rozze semplificazioni mediatiche, il dibattito decisionale e parlamentare risulta pesantemente avvilito ed impoverito; non è escluso che questa condizione determini una significativa caduta della “soglia di razionalità” delle leggi e dei provvedimenti; non è quindi del tutto incomprensibile il pressing della Consulta e della dottrina costituzionalistica sul Parlamento e la sua tendenza di restringere il range di costituzionalità delle leggi (vedi “lodo Alfano”). Ma è anche vero che la complessità (ideologica e economica) del governo di una società, come quella attuale, non può essere ipotecato e condizionato dai freni e dalle remore (per quanto comprensibili e talora giustificate) di quella parte della classe dirigente che intende la Costituzione come “cittadella assediata” in una modernità vista come ostile e potenzialmente eversiva; viceversa, la Costituzione deve essere intesa come “libretto di istruzioni” di una vera “democrazia deliberativa”, come metodo per apprendere a coniugare realtà socio-politica e Costituzione in modo creativo, nella libera e aperta competizione delle idee e delle èlites dirigenti. 

A questo punto, l’esercizio pieno ed effettivo della democrazia, non presuppone solo la massima efficienza degli organi di controllo, ma presuppone un clima culturale adeguato, almeno nei termini descritti da Habermas. E’, cioè, indispensabile   che la politica  ritrovi le cadenze e i tempi della “riflessione impegnata” (Nolte), la sola che possa “avere ragione” della democrazia emotiva, spettacolare e mediatica che imperversa nei giornali e nella TV (e che, alla fine, fa il gioco delle èlites più oscure ed anonime!). La “democrazia deliberativa”, cioè, più che la magistratura costituzionale, chiama in causa la stampa di informazione (affinchè sia meno appiattita come oggi su plot commerciali!),  la cultura (affinchè sia meno accademica e sia più aperta al reale) e i partiti (affinchè siano veri luoghi di formazione politica e non “scatole vuote”!); affinché ciascuna sappia dare ascolto alle istanze dell’opinione pubblica più consapevole.

In una parola, è necessario recuperare l’insegnamento della Thacher che si vantava di avere la meglio sugli avversari per le ragioni e le argomentazioni che portava nel dibattito politico e non  per la spettacolarità dei gesti e dell’immagine! Una piena e compiuta “democrazia deliberativa”  esige, comunque, un quadro istituzionale coerente che deve essere consolidato una volta per tutte: affinché  la “sovranità popolare” scaturita dal processo costituente del 1948 possa e debba attualizzarsi ancora oggi, occorre la massima consapevolezza della necessità e dell’opportunità di intervenire sugli istituti costituzionali per  valorizzare e recuperare, come leva istituzionale decisiva, l’etica della responsabilità dei cittadini, valorizzando, così, gli istituti di pretta responsabilità politica (Parlamento, Esecutivo), contro l’attuale pesante e paralizzante invadenza degli organi di controllo; la traduzione istituzionale più efficace e coerente di questa etica della responsabilità è, secondo me, il presidenzialismo (vedi mio Il legittimo impedimento … del 09/04/2010). 

Sia, dunque, questo il 02 giugno 2010: l’occasione per prendere sul serio il valore della “sovranità popolare” lascito più eminente della “scelta repubblicana” del 02 giugno 1946.

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